Noi

Noi (Us)

 

Il tema del ‘doppio’ nel cinema fantastico e horror da “Lo studente di Praga” a “Noi”

Il tema del doppio, ovvero del gemello maligno, identico a noi (oppure più mostruoso o in alternativa più affascinante e bello), che compie azioni malvagie e che mira a prendere il nostro posto nel mondo e a rubarci l’identità, ha sempre rivestito nella letteratura fantastica e horror una certa importanza e attrattiva non disgiunta da una atavica paura. Per quanto riguarda la tradizione europea, la figura del doppio nasce dal tetro folklore germanico, ovvero l’inquietante doppio spirituale (in tedesco Doppelgänger), secondo cui ogni uomo avrebbe un’esatta ma di solito invisibile copia a cui è collegato. Il Doppelgänger è identico a noi, come un’immagine riflessa nello specchio, ma la sua natura è antitetica alla nostra, spesso malvagia, in poche parole è la nostra ‘metà oscura’ che tanto cinema horror ha raccontato in seguito. Nella produzione artistico-letteraria romantica, gotica e moderna di tutta Europa (e poi di conseguenza nel cinema) Il “doppio” inteso come metafora del lato oscuro dell’uomo e quindi del male è stato rappresentato in diverse varianti: sosia, ombra o immagine allo specchio, quasi sempre copie malvagie o comunque rivali dell’originale. Tra le principali opere letterarie sul Doppelgänger citiamo brevemente il romanzo Gli Elisir del Diavolo (1816) di  E. T. A. Hoffmann, il racconto William Wilson (1839) di Edgar Allan Poe, Il Sosia (1866) di Fedor Dostoevskij, Il ritratto di Dorian Gray (1890) di Oscar Wilde, Lo strano caso del Dott. Jekyll e Mr. Hyde (1886) di Stevenson. Gli studi psicanalitici di Freud sulla scissione dell’identità hanno arricchito questa tematica di nuove complesse prospettive che la narrativa e il cinema non hanno esitato a far proprie.

 

Il Gabinetto del dr. Caligari (1919)

Il Gabinetto del dr. Caligari (1919)

 

Il primo film fantastico a trattare questo argomento nel 1913 agli albori della cinematografia, è stato Lo studente di Praga di Stellan Rye, dove il povero studente Balduin stringe uno sconsiderato patto con il Diavolo per amore di una contessa, come nella migliore tradizione romantica tedesca da Goethe in poi, ma il prezzo da pagare sarà un malevolo ‘doppio’ uscito da uno specchio che lo perseguiterà fino alla fine, come nel racconto William Wilson di Poe dove entrambi i contendenti moriranno nel confronto finale, essendo indissolubilmente legati l’uno all’altro. Il successo di questa pellicola pioneristica, diede origine anche a un remake del 1926 dallo stesso titolo, interpretato dal grande Conrad Veidt nel ruolo dello studente Balduin. Nel 1919 Conrad Veidt aveva interpretato Il gabinetto del dottor Caligari, considerato il simbolo del cinema espressionista tedesco, pellicola che, seppur sotto una prospettiva ambigua e onirica, abbraccia fortemente il tema del doppio.

 

 

Al Doppelgänger del cinema espressionista tedesco di origine diabolica o soprannaturale, simbolica nemesi inviata anche per punire comportamenti non proprio irreprensibili, si affianca il doppio (mostruoso) ‘dentro di noi’ del cinema horror classico, che non ha freni inibitori e non segue le regole sociali, rappresentato dai numerosi film sul Dott. Jekyll e Mr. Hyde. Dagli anni ’50 la fantascienza utilizzerà il tema del doppio per portare sullo schermo la paura dell’omologazione e della spersonalizzazione dell’individuo nella società moderna, ben rappresentata da copie o cloni senz’anima destinati a sostituirci, presenti in pellicole classiche sci-fi sulle invasioni aliene come L’invasione degli ultracorpi (1956) di Don Siegel od Ho sposato un mostro venuto dallo spazio (1958). Sul versante psicanalitico i capolavori indiscussi sul tema dell’identità frammentata sono costituiti dai thriller psicologici di Alfred Hitchcock come PsychoLa donna che visse due volte e dalle inquietanti pellicole di David Cronenberg come Inseparabili (1988) dove viene portato in scena un morboso rapporto di assoluta identificazione tra due fratelli gemelli interpretati da un magistrale Jeremy Irons.

 

L'invasione degli Ultracorpi

L’invasione degli Ultracorpi

 

Le interpretazioni cinematografiche sul tema del doppio diventano sempre più surreali e allegoriche ad opera di grandi registi. Ricordiamo brevemente il maestro del surrealismo Luis Buñuel con Quell’oscuro oggetto del desiderio (1977) dove due attrici differenti interpretano lo stesso personaggio, alternandosi nella vicenda del film senza un criterio preciso o i film criptici e misteriosi di David Lynch (Strade Perdute, Mulholland Drive, Inland Empire) dove le tematiche del doppio, della paura di perdere la propria identità e del labile confine tra realtà e mondo onirico, sono portate in scena in maniera suggestiva e originale. Nella terza stagione della serie TV Twin Peaks, Lynch si supera sull’argomento dando al suo protagonista addirittura due ‘doppi’, uno forte e malvagio, l’altro goffo e inadeguato.

Qualcosa delle atmosfere dei film di Lynch sembrano possedere due pellicole recenti ma poco conosciute sul tema del doppio. Il primo è il film The Door (2009) dove un misterioso portale temporale permette al tormentato protagonista (Mads Mikkelsen) di accedere a una realtà alternativa situata nel recente passato dove può rimediare a un suo tragico errore (salvare la figlia annegata) e sostituirsi alla versione più giovane di lui uccidendolo e vivere una vita felice. Ma le cose ovviamente non fileranno così lisce. L’aspetto originale di questo mistery fantastico tedesco è che la vicenda viene vista dalla prospettiva di chi si impossessa dell’identità del proprio doppio, non di chi la perde. Chi non sarebbe tentato di prendere il posto di una versione più fortunata di noi stessi che vive in un mondo parallelo e/o in un altro tempo?

 

 

L’altra pellicola è Enemy (2013) di Denis Villeneuve (Arrival, Blade Runner 2049), tratto dal romanzo L’uomo duplicato di Josè Saramago, opera enigmatica e carica di simbolismi di non immediata comprensione, legati al subconscio del protagonista (Jake Gyllenhaal), un mite professore che si trova a indagare sull’esistenza di un suo sosia di cui è venuto a conoscenza per caso. L’incontro tra i due ‘gemelli’ diventerà un terribile incubo che lo spettatore faticherà a decifrare anche a causa di un finale shock che lascia inquieti e disorientati, superando i maestri Lynch e Cronenberg sul loro stesso terreno.

 

 


 

Noi – Us

L’invasione dei ‘doppi’

 

 

Noi

Dopo il successo nel 2016 di Scappa – Get Out, il comico afroamericano Jordan Peele si cimenta ancora nel cinema horror ‘impegnato’, mandando un forte messaggio politico con il suo film successivo, Noi (Us, 2019), sulle orme di Romero in La notte dei morti viventi (1968) e Carpenter in Essi vivono (1988). Peele, che si conferma regista visionario e talentuoso, ha esplicitamente ammesso di aver voluto dare con Noi il suo contributo personale alla rappresentazione della primordiale paura del “Doppelgänger” che lo ha sempre affascinato e spaventato al tempo stesso. Ma il regista trasforma una paura individuale in una paura di massa, portando in scena un’incredibile invasione di doppi che dal sottosuolo invadono le città d’america per reclamare il loro posto alla luce del sole, preferibilmente eliminando gli ‘originali’. Detto così suona come una boiata pazzesca, ma Jordan Peele fa soprattutto un film sottilmente politico e fortemente allegorico, facendo ricorso però ai collaudati temi dell’horror commerciale più in voga, passando con disinvoltura dall’home invasion allo slasher e al survival horror. Un’integrata e agiata famiglia afroamericana si trova a dover fronteggiare inesplicabilmente delle copie di loro stessi, ma in una versione più malevola e sgradevole, che li costringeranno a ingaggiare una disperata lotta per la sopravvivenza. Se nel sopracitato Enemy, la vicenda rimane nei limiti di un allucinato incubo personale, seppur misterioso e indecifrabile, in Noi la storia segue inizialmente le regole di un thriller, truce e spaventoso, dove la lotta con i propri doppioni diventa prevalentemente fisica e sanguinosa, anche se rappresentata con venature di humor nero. Quando l’invasione dei doppi si ‘estende’ anche agli amici della famiglia e al resto della città, capiamo che non ci potrà essere nessuna spiegazione realmente convincente, soprannaturale o fantascientifica che sia, agli incredibili accadimenti a cui assistiamo, nonostante all’inizio la pellicola si prenda la briga di informarci (tramite delle scritte) sulla fitta rete di tunnel sotterranei in disuso che attraverserebbero gli Stati Uniti, facendoci presagire da dove arriverà la minaccia. Inoltre il prologo, ambientato negli anni ’80 ci mostra la protagonista Adelaide da bambina, che incontra in un luna park il proprio doppione che cerca di strangolarla, come in un canonico horror soprannaturale. Ma, come in  Scappa – Get Out, la lotta del protagonista afroamericano per sfuggire al ‘controllo’ della famiglia radical chic della fidanzata bianca riflette tutta la paura e la diffidenza degli afroamericani nei confronti dei bianchi anche progressisti, così in Noi Jordan Peele alza il tiro, portando sullo schermo una metafora in cui la maggior parte (forse con eccessivo entusiasmo) ha voluto vedere la lotta di classe dei neri americani nell’America del presidente Trump. Ovviamente la chiave di lettura metaforica rende superflua e poco convincente la spiegazione finale fornita dal Doppelgänger di Adelaide che non vi sveliamo.

Noi

Ma al di là di letture politiche sempre opinabili e contingenti perché veicolate dalle influenti lobby ‘politically correct’ del mondo dello spettacolo, quanto è riuscito Noi come film horror o finto horror come alcuni lo ritengono? Anche se tecnicamente ineccepibile (fotografia, montaggio, scenografie, recitazione…), avvincente e pieno di citazioni (non solo cinefile), Noi non sembra aggiungere nulla di particolarmente nuovo al tema del ‘doppio’. In fondo si era già visto tutto in un agghiacciante episodio della serie TV Ai confini della realtà, “Immagine allo specchio“, dove si ipotizza che esista un mondo parallelo in cui ognuno di noi ha il suo doppio che in certe circostanze possa sconfinare nel nostro mondo per sostituirci. Indubbiamente Jordan Peele conosce bene l’episodio in questione dato che ha appena girato un reboot della serie classica di prossima uscita (v. trailer). E’ evidente che il regista non ha voluto fare un semplice film di genere slasher ma un’opera sofisticata per stile e contenuti, senza rinunciare al divertimento e alla suspense del cinema horror popolare. A livello di sceneggiatura non tutti i conti tornano e i due livelli di fruizione del film non sono ben amalgamati anche perché Jordan Peele eccede nel citazionismo e nei simbolismi, cercando di fornire troppe chiavi di lettura che difficilmente lo spettatore sarà in grado di recepire pienamente o di considerare indispensabili allo sviluppo narrativo. Stiamo parlando degli insistiti richiami all’iniziativa benefica “Hands Across America”, organizzata negli USA nel 1986, ma fallita economicamente anche per colpa del cantante Michael Jackson che si ritirò dalla manifestazione per motivi di convenienza commerciale. Quando i doppi emergeranno dal sottosuolo, molto programmaticamente replicheranno la famosa iniziativa benefica rivolta ai più poveri, tenendosi per mano per formare una lunga catena umana. Se per il regista i nostri cloni sotterranei simboleggiano i reietti relegati in fondo alla società, una certa ridondanza nelle modalità di far passare il lodevole messaggio rischia di annacquare il potenziale immaginifico del film. Più sottile il riferimento a Michael Jackson, citato nel film tramite il suo celebre video clip ‘Thriller‘, evidentemente considerato dal regista come personaggio estremamente ambiguo (anche a livello di identità). Piuttosto superfluo risulta anche il continuo ricorso alla figura del coniglio che come mite animale da allevamento ci viene propinato sin dalla sequenza d’apertura. Lo stesso vale per altri riferimenti agli anni ’80 riguardanti il mondo musicale e ludico dell’epoca o per i ripetuti riferimenti biblici che vogliono annunciare l’apocalisse imminente. Più interessante può essere scoprire le fonti cinematografiche che hanno ispirato Noi e che il regista si premura di mostrarci nella sequenza iniziale nella forma di vecchi nastri VHS. Su entrambi i lati di un televisore ci sono delle videocassette, sul cui dorso riusciamo a leggere i titoli di 3 film cult degli anni ’80: Ho perso la testa per un cervello (1983), commedia a sfondo fantascientifico con Steve Martin nei panni di uno scienziato che si connette telepaticamente con un cervello disincarnato in un barattolo (anche in Noi c’è una sorta di connessione mentale tra i doppi e i loro corrispettivi in superficie), I Goonies (1985), una storia con dei ragazzi che si avventurano sottoterra proprio come Adelaide quando insegue il suo doppelgänger nei tunnel sotto la superficie, e C.H.U.D. (1984) – acronimo per Cannibalistic Humanoid Underground Dwellers – su dei mostruosi senzatetto mutanti nascosti nelle fogne sotto New York che iniziano ad attaccare le persone in superficie. Le similitudini a livello di trama tra questi 3 film e Noi sono evidenti e non casuali.

C.H.U.D. (1984)

 

Come già accennato tra le note positive c’è la prova degli attori, in particolare della brava Lupita Nyong’o (Premio Oscar nel 2014) nella parte della combattiva Adelaide e della sua controparte malvagia Red che parla con una inquietante voce afona. Red, l’unica dotata di parola tra i cloni (si capirà solo nel sorprendente finale il motivo), sembra essere la leader della rivolta degli abitanti del sottosuolo contro le più fortunate controparti che vivono in superficie. Vestiti con emblematiche tute rosse e sandali e armati di grosse forbici da sarto, i doppi di Noi sembrano destinati a diventare figure iconiche del cinema horror. Se vogliamo considerare Noi una lampante metafora sulla lotta di classe degli ultimi contro i privilegiati (che risultano colpevoli anche se inconsapevoli), bisogna aspettare il colpo di scena finale sulla vera identità di Adelaide che ribalta (in parte) la prospettiva della pellicola e getta una luce ambigua sulla questione della ‘rivoluzione proletaria’ degli emarginati. Con questo finale alla ‘Shyamalan‘ va dato atto a Jordan Peele di rifuggire da semplicistiche e troppo nette divisioni tra buoni e cattivi, o tra vittime e carnefici e di essere un portavoce di un cinema horror sofisticato e di qualità, molto distante dalle produzioni horror che arrivano di solito al cinema.

L’ambizioso regista sembra pronto a rivisitare (speriamo non troppo in chiave ‘politically correct’) uno dei padri dell’horror moderno, lo scrittore H.P. Lovecraft (oggi ritenuto da alcuni, con una certa esagerazione, un razzista), nelle serie TV Lovecraft Country in lavorazione da HBO, basata sull’omonimo romanzo di Matt Ruff e attesa (forse) nel corso del 2019.

 

Regista: Jordan Peele
Anno: 2019
Sceneggiatore: Jordan Peele
Produttori: Jordan Peele, Sean McKittrick, Jason Blum, Ian Cooper
Scenografia: Ruth De Jong
Cast: Lupita Nyong’o, Winston Duke, Elisabeth Moss, Tim Heidecker, Yahya Abdul-Mateen II, Anna Diop, Evan Alex

 


 

Trailer