The Canal, 2014

Quali strade sta percorrendo il nuovo cinema horror, soprattutto quello indipendente di matrice anglosassone, per cercare di tenersi lontano da quello mainstream più commerciale?

I quattro film di seguito presentati seguono strade diverse, puntando alcuni su uno stile registico più sofisticato e sull’approfondimento psicologico dei personaggi, altri sullo spunto narrativo originale o su un’ambientazione insolita. In questo piccolo elenco ideale di film horror innovativi (almeno nelle intenzioni) dovrebbero figurare anche pellicole come It Follows o Honeymoon già recensite su questo sito. Si tratta di quattro opere di registi esordienti (o quasi) che vogliono distinguersi (con più o meno successo) dalla grande massa di produzioni horror che hanno invaso il mercato. Sono comunque tutti film che in varia misura mettono paura e questo nel genere horror è già un punto a favore.

 

Babadook: gli orrori della follia femminile

 

Babadook-Poster

Babadook (The Babadook, 2014) alla sua uscita ha riscosso ampi consensi di critica e pubblico e il regista William Friedkin (L’esorcista) l’ha definito addirittura “l’horror più spaventoso che abbia mai visto”; ha rincarato la dose Stephen King, che lo ha giudicato “profondamente disturbante”. In effetti al suo esordio la regista australiana Jennifer Kent dimostra una certa padronanza del mestiere e realizza un horror a tratti anche spaventoso con personaggi approfonditi psicologicamente e un tipo di ‘bau bau’ o uomo nero, almeno nelle intenzioni, originale. Ma bisogna sempre dubitare degli elogi troppo unanimi e sperticati.
Infatti ad uno sguardo più approfondito, Babadook risulta alquanto derivativo a cominciare proprio dai classici L’esorcista e Shining. Qui l’elemento paranormale è più sfumato e ambiguo ma la discesa nella follia della giovane madre ricorda molto quella che avviene nel classico film di Kubrick, tratto dal romanzo di King. Ma gli eventi della vicenda sono in qualche modo ‘telefonati’ e quando la madre (già mezza isterica) trova il libro con la storia di Babadook da raccontare all’instabile e impressionabile figlio, chiunque può indovinare cosa succederà dopo.  A un certo punto il fantomatico Babadook diventa quasi una figura secondaria e meramente simbolica di fronte al saggio cinematografico che la regista ci vuole offrire sulla depressione femminile. E la recitazione talvolta sopra le righe dell’attrice Essie Davis e del piccolo Noah Wiseman (nella parte dell’insopportabile e problematico figlioletto) risulta piuttosto irritante e distoglie lo spettatore dalla suspense che la storia potenzialmente potrebbe generare. Inoltre di uomini neri che abitano l’oscurità ed escono dagli armadi se ne sono visti fin troppi ultimamente al cinema; infine il look alla Tim Burton del nostro Babadook (che prende vita da un libro illustrato di fiabe per bambini) non è poi così terrificante. Contribuiscono comunque ad elevare la pellicola dalla media degli horror correnti una regia dalle inquadrature non banali, una colonna sonora efficace, alcuni simpatici omaggi cinefili (da Méliès a Mario Bava) e un finale ambiguo ed enigmatico che si discosta dall’andamento sostanzialmente scontato della vicenda.

Amelia è una madre vedova che si trova in difficoltà ad allevare da sola il figlio Samuel dal comportamento aggressivo e problematico. Una sera, Amelia trova in casa un libro per bambini che non ricordava di possedere, intitolato “Mister Babadook”, e lo legge a Samuel. Ma Samuel si convince che la creatura descritta nella storia li perseguiti realmente, e diventa sempre più incontrollabile…


 

The Canal: gli orrori della gelosia maschile

 

The Canal (2014))

Per molti aspetti simile e speculare al sopravvalutato Babadook, The Canal (2014) non ne possiede fortunatamente gli stessi fastidiosi difetti, anzi dei quattro film analizzati in questo articolo è il più pauroso sotto l’aspetto prettamente orrifico. In questa produzione irlandese del regista Ivan Kavanagh, tocca al protagonista maschile sprofondare nella follia generata dalla gelosia per la bella moglie fedifraga. Ma questa volta il dubbio su dove finisca la follia e inizi il soprannaturale pervade lo spettatore fino alla fine: la storia che riguarda una vecchia casa, teatro di efferati delitti e infestata da presenze spettrali non è certo particolarmente originale ma una regia accurata e impeccabile, la cupa ambientazione di marca ‘british’, le atmosfere disturbanti e misteriose che richiamano il grande classico Suspense (The Innocents, 1961), progenitore di tante ghost story moderne, riscattano The Canal dalla mediocrità incombente. Alla fine quando sembra che l’ossessione del protagonista possa spiegare tutto in maniera scontata ma quasi rassicurante, arriva un finale inatteso e ‘cattivo’ che mette in dubbio quanto visto finora. Kavanagh (presente anche in veste di sceneggiatore) non esita a ricorrere a espedienti già visti altrove (i vecchi filmini su pellicola come in Sinister, apparizioni terrificanti in stile japan-horror, l’allucinata scena weird del parto…) eppure sa gestire e rielaborare in modo personale il materiale a disposizione, aggiungendo al tutto anche un’impronta di raffinata eleganza formale. E si finisce in qualche modo per immedesimarsi nello sventurato protagonista che vede crollare le certezze su cui si basava il suo mondo (la moglie bella e innamorata, la famiglia unita con il tenero figlioletto, il tranquillo lavoro di archivista di film…), anche se sappiamo che probabilmente ha commesso delle azioni orribili. Per le scene che riguardano i vecchi filmati sui delitti del 1902 avvenuti nella casa, il talentuoso regista si è servito di un’antica cinepresa a manovella del 1915 (fonte: Fangoria), la stessa che vediamo usare al protagonista nel film, quando cerca di catturare le immagini delle terribili apparizioni da cui è perseguitato e a cui nessuno ovviamente crede. Fondamentale per la riuscita del film, risulta anche la scelta del cast, perfetto nei rispettivi ruoli: Rupert Evans è il marito insicuro e padre amorevole, Hannah Hoekstra è la moglie bella e assente destinata a una misteriosa scomparsa, Antonia Campbell-Hughes è la collega premurosa e forse innamorata.

 

David e sua moglie sono perfettamente felici – o almeno così crede. Quando scopre, grazie al suo lavoro di archivista di film, che la casa che condivide con la moglie e il figlio fu teatro di un orribile omicidio agli inizi del 20° secolo, David lo liquida come storia antica anche se strani fenomeni cominciano a verificarsi tra le vecchie mura. Un giorno David, insospettito dal comportamento distaccato della moglie, decide di seguirla di nascosto, temendo che abbia una relazione con un altro uomo. Quando scopre che la moglie ha effettivamente un amante, rimane sconvolto e si allontana in preda a un malore. Ma dopo l’incontro amoroso la donna non farà più ritorno a casa e svanirà nel nulla. Iniziano le ricerche da parte della polizia e David sarà il primo sospettato…


 

Spring: gli orrori dell’amore romantico

 

Spring - poster

Se la classica famiglia con figli è sede o vittima di indicibili paure e pericoli (come abbiamo visto nei due film precedenti), non possono dormire sonni tranquilli (nel cinema horror) neanche i giovani innamorati come vediamo in Spring (2015), insolita pellicola di Justin Benson e Aaron Moorhead, al loro secondo lungometraggio dopo l’altrettanto insolito Resolution (2012). I due giovani cineasti cercano ancora di stupirci con un horror atipico che prende inaspettatamente la strada della storia sentimentale romantica, ambientata nella solare Italia meridionale, per la precisione a Polignano a Mare, in Puglia. Eppure, essendo la bella protagonista solo in parte umana e soggetta a periodiche mutazioni tentacolari, qualcuno ha tirato in ballo Lovecraft (come si legge anche su alcune locandine), generando la promessa di orrori indicibili e misteri insondabili che rimarranno invece disattesi. Infatti Spring vuole mettere in scena una strana storia d’amore tra un ragazzo qualunque e una creatura chimerica, affascinante e pericolosa ma che essenzialmente è desiderosa di condurre una vita normale anche dal punto di vista affettivo. Pur non mancando alcune valide sequenze horror coadiuvate da ottimi effetti speciali, il film procede senza grande tensione, senza misteri da risolvere o particolari colpi di scena (a parte la rivelazione sulla vera natura della ragazza), come una stravagante versione a ruoli invertiti della fiaba “La bella e la bestia”.

Spoiler!

Circa a metà film ci viene mostrato e spiegato che la bella ragazza di nome Louise è una creatura millenaria che per qualche strana mutazione genetica è condannata a trasformarsi periodicamente in un mostro orrendo. Ma con l’aiuto del fidanzato, non vuole arrendersi alla sua condizione e cerca di trovare una cura al problema.

Evidentemente gli autori vogliono evitare con coraggio tutti gli stereotipi dell’odierno cinema horror puntando di più sulle suggestioni di una storia fantastica originale che sulle classiche situazioni generatrici di tensione e paura.
Semmai la nota stonata di Spring è un’altra, ovvero una certa improbabilità che pervade il tutto, dalla storia ai personaggi: perché mai una donna mutante praticamente immortale dovrebbe innamorarsi di un ragazzotto americano tutto birra e risse? E perché mai un ragazzotto americano dovrebbe accettare senza battere troppo ciglio una relazione con una donna che da un momento all’altro si può trasformare in un’ imprevedibile creatura degna di abitare la Innsmouth di Lovecraft? Del resto i due attori (Lou Taylor Pucci e Nadia Hilker), pur offrendo una prova dignitosa, non sono così carismatici da rendere sufficientemente credibile la loro storia di passione. Misteri e contraddizioni dell’amore evidentemente, che la pregevole fattura del film ci fa in parte dimenticare. Affascinante e ben fotografata l’ambientazione pugliese, anche se pure in questo caso risulta abbastanza improbabile che nel piccolo paesino i due innamorati passino così inosservati, tanto più che lei in qualche occasione non esita ad eliminare in veste di mostro qualche tipo molesto. Film anomalo e inclassificabile, in definitiva Spring può essere visto come un melodramma fanta-horror coinvolgente o se preferite un monster movie alternativo.

 

Evan è un giovane americano in fuga verso l’Europa per sfuggire al suo passato doloroso. Mentre, zaino in spalla, gira lungo la costa italiana, durante una sosta in un idilliaco paese della Puglia, incontra l’incantevole e misteriosa Louise. Un storia romantica inizia a fiorire tra i due. Tuttavia, Evan si rende conto ben presto che Louise sta covando un mostruoso segreto primordiale che mette sia il loro rapporto che la loro stessa vita in pericolo …


The Witch: orrori d’autore

 

The Witch

Se riteniamo che il moderno cinema horror sia ormai irrimediabilmente ingabbiato, per non dire fossilizzato, all’interno di rigidi modelli o schemi essenzialmente di natura prettamente commerciale, la visione di The Witch (2016) potrebbe rappresentare un’inaspettata novità. Anche se a dire il vero sarebbe riduttivo classificare The Witch come horror, infatti siamo di fronte a un grande film fantastico, tecnicamente raffinatissimo (fotografia, luci, montaggio), che si può accostare ad opere come Picnic ad Hanging Rock o per quanto riguarda stile e tematiche alle pellicole del grande maestro danese Carl Theodor Dreyer (Vampyr, Dies Irae). E’ sempre una famiglia al centro dell’orrore, ma una famiglia d’altri tempi, ossessionata dalla religione e dalle tentazioni del Male, infatti siamo intorno al 1600 nell’America puritana e bigotta dei primi coloni del New England. In The Witch (che segna il riuscito esordio dietro la macchina da presa di Robert Eggers), l’orrore o meglio l’elemento fantastico risulta ambiguo e sfumato, eppure persino suggestivo; non sembra accadere molto in questo film (a parte il rapimento iniziale del neonato), infatti da una parte assistiamo al disgregarsi della famiglia di coloni, in preda al delirio, alla superstizione e all’ignoranza, dall’altra Eggers ci mostra o ci fa intravedere con sapienza gli oggetti delle loro paure, come se fossero reali: ecco allora la strega vecchia e orrenda che rapisce e uccide il pargolo, il caprone nero parlante che sembra incarnare il Maligno, la strega in vesti seducenti che irretisce il ragazzino nella foresta… Ma il dubbio rimane. Stiamo assistendo a un delirio collettivo, frutto di un ambiente isolato e arretrato  e di un’epoca in cui superstizione e religione si intrecciano in maniera indissolubile, oppure c’è qualcos’altro? Il bosco è infestato da streghe malefiche? Il Maligno si è impossessato di qualche componente della famiglia? Eggers tiene le distanze, ci mostra freddamente le disavventure di questa famiglia alle prese con un Male interiore (ma forse anche esterno) in un film ossessivo, oscuro, angosciante, dall’andamento lento. Sicuramente non è un film per gli amanti degli horror adrenalinici, pieni di sangue e di facili spaventi. Nella tensione strisciante che pervade la pellicola non mancano comunque grandi momenti di orrore visionario e perturbante come la strega che si nutre nella stalla o la madre che crede di allattare il figlio ritrovato (invece è un grosso corvo che le becca il seno). Oppure la stupenda scena finale che si svolge nel fitto della foresta, sequenza inquietante e sensuale, che ridà un po’ di verve al film che nei suoi ambienti cupi e nella ristretta cerchia di personaggi rischia talvolta di incagliarsi .

Spoiler!

L’adolescente Thomasin, la figlia più grande della famiglia, dopo essere stata accusata dai genitori di essere posseduta dal diavolo, nel finale si inoltra nella foresta, finalmente libera dalle imposizioni puritane e dai sospetti familiari, e si unisce a un sabba di streghe danzanti che si librano nell’aria nude…

Naturalmente va elogiata la prova del cast, soprattutto la graziosa Thomasin (interpretata dalla soave Anya Taylor-Joy), la ragazza alle soglie della pubertà (che vediamo concupita innocentemente dal fratellino Caleb), prima oppressa e rifiutata, poi infine sedotta dal Male che sembra avere anche delle piacevoli attrattive in certe circostanze. Ottima e plausibile anche l’interpretazione del capofamiglia (Ralph Ineson) ottuso e incapace e della madre (Kate Dickie) bigottissima e timorata di Dio (e in verità un po’ simile alla moglie di Fantozzi); bravissimo anche il giovane Harvey Scrimshaw nella parte del coraggioso fratello Caleb (si veda la scena dell’esorcismo).
Dai titoli di coda veniamo a sapere che The Witch ha una sua solida base folcloristico-antropologica, infatti dialoghi e sceneggiatura sono tratti anche da antichi documenti e diari privati contenenti testimonianze e resoconti dei più incredibili accadimenti, evidentemente all’epoca ritenuti veritieri.

 

Nel New England del 1630, una famiglia di coloni, devoti cristiani, viene scacciata dalla comunità a causa delle vedute troppo rigide dell’inflessibile capofamiglia. La famiglia, andata ad abitare in un posto isolato vicino alla foresta, viene sconvolta e inizia a distruggersi dall’interno quando il suo quinto figlio Samuel, neonato, svanisce misteriosamente e il raccolto inizia ad andare male. Streghe sembrano infestare i boschi circostanti e l’influenza del Maligno comincia ad aleggiare sulla famiglia…