These Final Hours

Dopo che una meteora si è schiantata nell’Atlantico decretando la fine del nostro pianeta, agli abitanti di Perth rimangono circa 20 ore di vita prima che un colossale tsunami di fuoco generato dalla collisione raggiunga anche l’Australia occidentale. In attesa della fine James e la sua amante Zoe si amano per l’ultima volta. Quando però Zoe rivela di essere in cinta, James viene preso da un irrefrenabile desiderio di fuga che lo spinge a voler partecipare alla ‘festa finale’ che metterà fine a tutte le feste, organizzata dal fratello della sua ex fidanzata. Mentre è diretto verso la festa James si trova suo malgrado a dover salvare una ragazzina (Rose) dalle grinfie di due stupratori. Improvvisamente colpito da una nuova responsabilità, James dovrà rivedere le sue priorità in attesa della fine del mondo… 

Presentato all’edizione 2014 del Trieste Science+Fiction Festival e uscito fugacemente anche nelle nostre sale, These Final Hours (2013), pellicola australiana indipendente, appartiene all’ormai sfruttatissimo filone sci-fi di ambientazione apocalittica, in particolare a quel sottogenere di storie che vedono uno o più individui che si preparano a un’imminente e inevitabile fine del mondo causata da qualche evento catastrofico (fenomeni celesti, epidemie, guerre nucleari, disastri ambientali…). E’ facilmente intuibile che questo tipo di film fornisca ai suoi autori una limitata gamma di soluzioni narrative o di sviluppi psicologici dei personaggi. L’ossessione recente di molti registi per le apocalissi ha radici lontane a partire dal classico L’ultima spiaggia (On the Beach, 1959), diretto da Stanley Kramer e interpretato da Gregory Peck, incentrato sulle vicende che si svolgono negli ultimi mesi dell’esistenza della vita sulla Terra prima della sua fine annunciata causata da un conflitto nucleareArrivando a tempi più recenti, basta ricordare il film canadese Last Night (1998) che si presenta piuttosto simile nella trama a These Final Hours. Anche nell’ambito del cinema d’autore abbiamo l’illustre esempio di Melancholia (2011) del visionario ma discusso regista Lars von Trier che racconta del rapporto conflittuale tra due sorelle  mentre la Terra è minacciata da una catastrofe per l’imminente collisione con il pianeta Melancholia. Di fronte a tematiche così inflazionate che difficilmente sono in grado di offrire spunti sorprendenti od originali, non resta al giovane regista Zak Hilditch che giocarsela sul piano dello stile, delle sfumature psicologiche degli interpreti, dell’intensità drammatica. E in effetti bisogna ammettere che Hilditch, seppur negli angusti limiti imposti dal genere apocalittico della fine imminente, riesce a confezionare un’opera di dignitosa fattura, non particolarmente originale ma dotata di una certa forza e tensione drammatica fornita dalla vicenda di James, figura tormentata alla ricerca frenetica di una sua personale redenzione dopo aver condotto una vita vuota e irresponsabile. Veniamo condotti fino all’ineluttabile finale senza sorprese ma con stile sobrio senza troppe concessioni alla retorica più stucchevole. La coppia ‘on the road’ formata da James e la ragazzina Rose che ha smarrito il padre, funziona bene nell’economia di una storia che si svolge nell’arco di poche ore. Pur non mancando scene adrenaliniche e sanguinarie (come il salvataggio di Rose o lo svolgimento della festa orgiastica) il film non segue la strada molto trafficata del survival horror (che The Walking Dead ha reso alquanto popolare) ma, come i suoi quasi omologhi citati poc’anzi, racconta prevedibilmente ma con efficacia le reazioni dei suoi personaggi di fronte a un destino ineluttabile con tutto il suo carico di terrore, angoscia e follia. La rappresentazione forzatamente di maniera di un’umanità che negli ultimi istanti si abbandona senza freni agli istinti peggiori o che si rassegna senza speranza è comunque validamente tratteggiata dal regista che si avvale anche di una raffinata fotografia molto luminosa e solare e degli scenari costituiti dalle desolate contrade semi urbane australiane (che hanno l’aria di apparire piuttosto solitarie anche in assenza di cataclismi imminenti).
Alla riuscita sostanziale della pellicola contribuisce ovviamente la prova recitativa degli attori  Nathan Phillips (già visto all’opera negli horror Wolf Creek e Chernobyl Diaries) nella parte di James e la bionda Angourie Rice in quella di Rose che costruiscono in maniera abbastanza convincente in tempi ridottissimi un toccante rapporto padre/figlia che al cinema funziona sempre. Alla fine, anche di fronte alla morte che si avvicina, la riscoperta dei valori affettivi famigliari e la possibilità di un riscatto morale, seppur abbastanza scontata in questo genere di storie, mantengono ancora un certo impatto drammatico. Pellicola inevitabilmente cupa e disperata, These Final Hours forse meritava un’attenzione maggiore, tanto più che nell’edizione di quest’anno del Trieste Science+Fiction Festival è stato premiato un altro film australiano che non brilla certo per originalità (almeno a livello tematico), lo zombi movie Wyrmwood, ambientato nel solito scenario post-catastrofe alla Mad Max. La casa di produzione EuropaCorp di Luc Besson e Christopher Lambert sta progettando di fare un remake americano nel quale Zak Hilditch tornerà a sceneggiare e dirigere.

Titolo: These Final Hours
Anno: 2013
Regia: Zak Hilditch
Produzione: Australia – Indie Pictures – durata 87 min.
Sceneggiatura: Zak Hilditch
Fotografia: Bonnie Elliott
Musica: Cornel Wilczek
Interpreti: Nathan Phillips, Angourie Rice, Jessica De Gouw, Kathryn Beck, Daniel Henshall, Sarah Snook


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