
The Backrooms: dalle creepypasta all’analog horror, il terrore degli spazi liminali arriva al cinema.
Quando nel 1999 The Blair Witch Project trasformò il found footage da espediente marginale e ‘povero’ a linguaggio cinematografico, il genere horror scoprì una verità fondamentale: la paura più efficace nasce spesso da ciò che sembra accidentalmente registrato ovvero una visione incerta e fugace di qualcosa di ignoto e incomprensibile. Ventisette anni dopo, The Backrooms del giovane esordiente Kane Parsons rappresenta un ulteriore passaggio evolutivo di quella stessa intuizione. Non è semplicemente un film tratto da una creepypasta né l’espansione di una serie YouTube virale: è il primo grande horror hollywoodiano (A24) nato organicamente dall’immaginario di Internet, dalle sue mitologie surreali e dalle sue ossessioni visive.
Per comprendere davvero The Backrooms occorre inserirlo nella genealogia dell‘analog horror ovvero l’orrore veicolato sulle vecchie tecnologie analogiche. Prima ancora delle videocassette maledette di Ring, prima dei mockumentary paranormali e delle registrazioni ritrovate, esisteva l’idea che il supporto tecnologico stesso potesse diventare fonte di inquietudine. Il found footage ha poi codificato questo principio: immagini sporche, errori di registrazione, punti ciechi e frammenti incompleti diventavano garanzia di autenticità. Negli anni Duemila, il web ha ereditato quella grammatica e l’ha trasformata in un linguaggio autonomo, popolato da ARG (Alternate Reality Game), creepypasta e video pseudo-documentaristici. Il reale e il fittizio, la cronaca vera e la leggenda urbana si fondevano in un inestricabile e ambiguo groviglio, tanto inquietante quanto suggestivo.
Le backrooms nascono proprio lì: da una fotografia anonima apparsa online nel 2019 sulla piattaforma 4chan, da un’immagine banale di pareti giallastre e moquette industriale che milioni di utenti hanno riconosciuto come stranamente familiare. Un luogo che nessuno aveva visitato e che tutti sembravano ricordare. Kane Parsons fu tra i primi a capire che quell’immagine non rappresentava un semplice luogo abitato da potenziali mostri, ma uno spazio quasi metafisico; e che il vero terrore risiedeva nella sua architettura insensata, banale e inquietante al tempo stesso.
1990: Clark, un architetto in crisi personale e professionale gestisce un negozio di mobili. A causa di un misterioso incidente, Clark “retrocede” fuori dalla realtà e si ritrova intrappolato nelle Backrooms: un labirinto infinito e claustrofobico fatto di pareti giallastre, moquette umida e il ronzio incessante di luci al neon. La dottoressa Mary Klein, terapeuta di Clark, decide di addentrarsi a sua volta nell’anomalia per ritrovare il suo paziente…
Una delle cose più peculiari del film The Backrooms è che le scenografie non sono state realizzate principalmente in CGI, come ci si poteva aspettare. Kane Parsons ha voluto ricreare fisicamente l’universo delle backrooms, realizzato in origine con il software Blender nei cortometraggi YouTube, trasformandolo in un gigantesco set reale. Naturalmente era impossibile costruire tutto materialmente. La soluzione è stata quindi creare circa 30.000 piedi quadrati di scenografie reali, distribuiti su quattro teatro di posa, e utilizzare poi gli effetti visivi digitali e set extension per dare l’impressione che quei corridoi continuassero indefinitamente.
Il film conserva questa intuizione fondamentale. Pur ampliando la mitologia e introducendo personaggi, in una trama più solida e strutturata, Parsons evita di trasformare le Backrooms in un semplice parco degli orrori popolato da creature bizzarre e surreali. Il vero antagonista rimane lo spazio stesso: un labirinto infinito di corridoi, uffici, magazzini e ambienti che sembrano copie imperfette o distorte della realtà. È un horror architettonico prima ancora che soprannaturale dove ogni stanza, corridoio o porta può celare nuovi enigmi o spiacevoli incontri.
Qui entra in gioco il concetto di “spazio liminale“, diventato centrale nel weird horror contemporaneo. Gli spazi liminali sono (non) luoghi di transizione: centri commerciali vuoti, scuole deserte, corridoi d’albergo, sale d’attesa illuminate al neon. Ambienti progettati per essere attraversati, non abitati. Le Backrooms rappresentano la forma assoluta di questa idea: un labirintico spazio di passaggio che ha dimenticato dove conduce.

Per la sostanziale riuscita del film e per distaccarsi dai video su youtube sono fondamentali dei personaggi di spessore con un solido background: Clark (Chiwetel Ejiofor) è un architetto fallito che vive in un desolato negozio di arredamento pubblicizzato da lui stesso con grotteschi spot, travestito da pirata. Quando Clark scompare nelle backrooms dopo averne scoperto casualmente l’entrata nel piano interrato del suo negozio, la sua psicologa Mary (Renate Reinsve) altrettanto problematica e solitaria, si metterà alla ricerca del suo sventurato paziente inoltrandosi pericolosamente negli spazi liminali. Quello che l’attenderà sarà un’inspiegabile versione deformata e grottesca della realtà che conosce dove i traumi personali del passato riemergeranno come incubi indecifrabili. La vicenda si svolge nel 1990, prima dell’era digitale, in un’ America alienata e solitaria, popolata di centri commerciali e grandi magazzini.
L’aspetto più interessante è che The Backrooms non cerca di spiegare troppo, in linea con i video sul web. In un’epoca dominata dalla sovraesposizione narrativa e dai franchise che catalogano ogni mistero, Parsons mantiene una certa oscurità concettuale. Le backrooms restano un enigma, una zona dove la logica non funziona e la realtà appare come una copia difettosa di sé stessa. Anche il finale evita soluzioni definitive, privilegiando l’ambiguità e l’interpretazione allegorica (qualcosa di simile si era visto nel film Vivarium del 2019). Ma Parsons, senza sminuire il fascino criptico ereditato dalle web series, fornisce al film un background fantascientifico alla X-Files (con tanto di esperimenti segreti, ‘uomini in giallo’…) con la misteriosa A-Sync, un’organizzazione di ricerca che scopre l’esistenza delle backrooms e cerca di penetrarvi sistematicamente per studiare, controllare e sfruttare un fenomeno che non comprende. La loro attività originaria riguardava la sperimentazione di apparecchiature per la risonanza magnetica. Questo particolare forse potrebbe offrire una chiave di lettura al mistero della natura delle backrooms. Del resto, secondo la logica videoludica dei già citati ARG (Alternate Reality Game) lo spettatore da soggetto passivo può diventare investigatore.
Nel contesto dell’horror contemporaneo, gli esempi più influenti di analog horror nati sul web sono: Marble Hornets (2009), che contribuì a diffondere il mito di Slender Man (che tuttavia non riscosse particolare successo o consenso al cinema), Local 58, che simula trasmissioni televisive disturbanti, The Mandela Catalogue (2021), tra i fenomeni più popolari dell’analog horror recente, dove il mondo è minacciato dagli Alternates, entità sovrannaturali capaci di imitare gli esseri umani e sostituirsi a loro. In campo letterario troviamo sorprendenti analogie con l’analog horror di The Backrooms nel romanzo La casa di foglie (House of Leaves, 2000) di Mark Z. Danielewski dove la famiglia Navidson scopre che la propria casa è più grande all’interno che all’esterno. Appare improvvisamente un corridoio che non dovrebbe esistere e che conduce a un ambiente immenso, mutevole e apparentemente infinito. La casa di foglie è costruito attorno a The Navidson Record, un presunto documentario cinematografico che registra l’esplorazione della casa.
Anche se manca un annuncio ufficiale di A24, un sequel di Backrooms è in sviluppo, con Kane Parsons destinato a tornare alla regia. Il film del 2026 era concepito come il primo capitolo di un progetto narrativo più ampio. Speriamo solo che l’ampliamento del progetto cinematografico non sminuisca il mistero delle backrooms.
Regia: Kane Parsons
Anno: 2026
Sceneggiatura: Will Soodik, Kane Parsons
Fotografiia: Jeremy Cox
Musica: Kane Parsons, Edo Van Breemen
Cast; Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Mark Duplass
