Ritorna il cinema thriller/horror con Kopis che fonde la tradizione del giallo italiano con lo slasher americano più violento

 

 

 

 

 

 

Dopo gli orrori onirici-soprannaturali di Cieco sordo muto, Lorenzo Lepori torna al cinema slasher più feroce e grottesco con Kopis (2025), la sua opera più strutturata che si colloca in una linea di continuità consapevole con il cinema di genere italiano, senza limitarsi a un’operazione meramente nostalgica o citazionista.

La trama si muove attorno a un gruppo ristretto di personaggi coinvolti in una spirale di violenza che sembra avere radici più profonde di quanto appaia inizialmente. Un omicidio brutale di uno psicanalista (Pascal Persiano) collezionista di antichità, apparentemente isolato, apre il racconto e introduce una vicenda misteriosa che si sviluppa per accumulo di indizi visivi più che per progressione logica. Francesca (Aurora Bastia), una giovane ossessionata dai social, organizza con due amiche e tre amici, una serata all’insegna della trasgressione nella villa di campagna di famiglia, lasciata libera per il week-end dai genitori Paolo (Robert Madison) e Ida (Simona Vannelli). Ma durante la notte un assassino mascherato armato di pugnale si aggira per la villa in cerca di vittime, trasformando il week-end di bagordi in un incubo sanguinoso. Non migliorerà la situazione la presenza del giardiniere della villa Andrea (Andrea Bonella), morbosamente attratto da Francesca, e il ritorno a casa del prepotente e fedifrago padre di Francesca in compagnia della giovane amante Romina (Roberta Riccio). Sarà quest’ultima ad opporre una strenua resistenza al misterioso assassino e al maniacale giardiniere…

Seppur non pienamente sfruttato, l’elemento simbolico del film è il coltello “kopis”, arma antica dalla lama ricurva di origine greca, che nel film assume un valore ambiguo: non è solo strumento di morte, ma oggetto rituale, simbolo di una violenza arcaica che irrompe brutalmente nella nostra società tecnologica e consumista. Il colpo di scena finale (seppur relativamente intuibile), è coerente con la tradizione del giallo italiano, e non si limita a rivelare l’identità del colpevole ma mette in luce, tramite i suoi personaggi dissoluti ed amorali, un’umanità che in qualche modo merita di essere punita da una folle e delirante vendetta, come da tradizione slasher movies.

L’eredità del giallo e dell’horror anni ’70/’80 emerge già nella costruzione della scena dove viene privilegiata una regia che insiste sui dettagli, sui corpi e sugli spazi chiusi, richiamando il lavoro di Mario Bava, Dario Argento e dell’ultimo Riccardo Freda nella gestione cromatica dai colori accesi e nell’utilizzo delle luci. La visione non rassicura mai, ma suggerisce sempre una minaccia fuori campo. Tuttavia Lepori, evitando certi eccessi barocchi delle coreografie di Argento, privilegia una fisicità più sporca, più vicina all’exploitation dei thriller erotici degli anni ’80 e ’90, dove il budget limitato veniva fatto rendere al massimo. E infatti Kopis, nonostante il budget risicato, è tecnicamente ineccepibile come montaggio, fotografia, trucchi, location, interpretazioni, rivelando una professionalità ormai pienamente acquisita, cosa non scontata in altre produzioni indie. L’influenza di Bava e Argento si avverte anche nella figura misteriosa dell’assassino mascherato con tanto di impermeabile, cappello, guanti neri e coltellaccio, pronto a commettere i delitti più efferati. Questa figura iconica del giallo-thriller nostrano è stata ripresa anche da grandi registi stranieri come Brian De Palma.

Kopis recupera quella anarchia, che caratterizzava molte produzioni della “serie B” italiana: narrazione frammentata, personaggi tratteggiati per funzioni più che per psicologia, recitazione difforme che spazia dallo stile teatrale all’improvvisazione realistica. Lepori sembra interessato meno alla coerenza narrativa tradizionale e più alla costruzione di un flusso di immagini e situazioni che lavorano per accumulo, fino a un punto in cui la violenza esplode.
E’ evidente anche una certa crudeltà che rimanda ai film più estremi del genere. Non tanto nella rappresentazione esplicita della violenza e nello spargimento di sangue, quanto nella dilatazione temporale delle scene più truci che mettono a disagio lo spettatore con la loro insistenza.
I personaggi non suscitano empatia nonostante la giovane età, anzi sembrano rispecchiare una certa gioventù odierna, viziata e legata all’apparenza, succube dei social media e delle sostanze stupefacenti. Non per nulla, l’immagine/scena più iconica del film è costituita dall’arcaico pugnale “kopis” che trafigge un cellulare, l’oggetto feticcio tecnologico per eccellenza della nostra era, simbolo di una violenza ancestrale che riaffiora sotto la superficie contemporanea. Spiccano le interpretazioni di Aurora Bastia nella parte di Francesca, ragazza rampante e fragile, di Roberta Riccio nel ruolo della combattiva Romina come vera ‘final girl’ e della carismatica Simona Vannelli che impersona come madre di Francesca un personaggio singolare che confeziona maschere ricavate da calchi di volti.

La sceneggiatura — firmata da Lepori con Antonio Tentori (già collaboratore di Dario Argento e Lucio Fulci) rispecchia un film volutamente imperfetto, ma proprio per questo coerente con la tradizione che richiama, fatta di intrighi improbabili, personaggi deliranti, morboso erotismo e violenza senza filtri (ma con una vena di grottesco). Kopis quindi non cerca di aggiornare il cinema di genere italiano rendendolo più accessibile e addomesticato secondo i tempi moderni; al contrario cerca di riportare in auge un cinema più istintivo e concreto, fatto con passione e competenza.

 

 

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