Odissea: il kolossal di Christopher Nolan che trasforma Omero in un fantasy storico hollywoodiano

 

 

 

 

 

 

 

 

L’Odissea, insieme all’Iliade, i due poemi epici che gli antichi Greci attribuivano a un autore di nome Omero, rivestono un’importanza eccezionale in tutto l’ambito della cultura occidentale. Ulisse/Odisseo, l’eroe dal multiforme ingegno, rappresenta il prototipo ideale dell’uomo occidentale europeo, forte, scaltro, avveduto, curioso, fedele alla sua famiglia e ai compagni d’arme ma anche contraddittorio, vendicativo, spietato…. Insomma, rappresenta un uomo “nuovo” rispetto ai più tradizionali e monolitici eroi dell’Iliade e sarà il modello di riferimento per i secoli a venire per innumerevoli narrazioni che travalicheranno i confini dell’epos omerico. Naturalmente il cinema, sin dagli esordi, e poi la televisione si sono appropriati dell’Odissea per portarla sullo schermo in forme più o meno fedeli ma quasi sempre rispettose dello ‘spirito’ omerico, sia che si trattasse di trasposizioni semplicemente fantastico/avventurose o di libere reinterpretazioni di stampo più autoriale.

Adesso Hollywood ha dato all’ultimo film dell’ambizioso Christopher Nolan, Odissea, 250 milioni di dollari, più altri 125 di promozione. Soldi che dovranno rientrare in qualche modo, possibilmente aumentati. Quindi Nolan, a sua volta abile creatore di moderne mitologie americane, si è cimentato nell’ardua impresa di coniugare l’epos omerico (che rivestiva carattere quasi ‘sacrale’ per gli antichi Greci) con le ben poco epiche esigenze dei blockbuster hollywoodiani. Come ci si poteva aspettare il risultato è un’opera spettacolare, avvincente, tecnicamente ineccepibile ma anche irrispettosa, infedele, ignorante, quindi deludente, un’americanata in sintesi. Naturalmente ogni autore, compreso Nolan, ha il diritto, anzi il dovere, di reinterpretare secondo la sua sensibilità, un’opera scritta migliaia di anni fa, senza copiarla pedissequamente. Ma dipende da come lo si fa. Nolan porta sullo schermo l’Odissea di Omero trasformandola in un kolossal monumentale, fisico (limitando la CGI) e spettacolare. Ma proprio nel momento in cui pretende di restituire concretezza a un mondo lontano quasi tremila anni, il film accumula una quantità sorprendente di anacronismi, semplificazioni e invenzioni storico-culturali. Più che l’Odissea di Omero, è l’Odissea di Nolan: un’interpretazione moderna del mito travestita da ricostruzione dell’antichità infarcita di elementi fantasy e attualizzazioni ‘woke’ ormai onnipresenti nelle produzioni hollywoodiane. Ma non bisogna confondere il mito (che ha radici storiche) con il fantasy. Non si tratta di portare sullo schermo Il Signore degli Anelli.

Il film sembra voler collocare la vicenda nell’Età del Bronzo, cioè nel mondo della civiltà micenea al quale, almeno in parte, la tradizione omerica guarda retrospettivamente. Ma l’immagine che ne deriva è spesso una sorta di antichità fantasy, nella quale elementi micenei, greci arcaici, medievali e persino contemporanei vengono mescolati senza una precisa coerenza cronologica e culturale. Le armature di Ulisse e dei suoi compagni sembrano delle generiche armature greco-romane, economiche e plasticose, rinvenibili in un qualsiasi negozio di articoli carnevaleschi, non certo degne di una produzione costata 250 milioni di dollari. L’ambientazione risulta più nordica che mediterranea con colori cupi e atmosfere nebbiose e quasi goticheggianti. Di aspetto vichingo sono anche le acconciature e il vestiario di qualche personaggio. Lo stesso vale per le navi, data la loro somiglianza con le imbarcazioni nordiche medievali. Nel cast incongruamente multietnico (africani, cinesi, indiani…) spiccano cantori/aedi acconciati come rapper. Più sensato e interessante il riferimento ai ‘misteriosi’ Popoli del Mare anche se non costituiscono una teoria storica consolidata.

Il poema è un’opera vasta, articolata in 24 libri, nella quale il viaggio di Ulisse non viene semplicemente raccontato come una successione di avventure. Il ritorno a Itaca è inseparabile dalla memoria di Ulisse e dal suo racconto costituito da una complessa rete di episodi che formano una struttura narrativa molto ‘moderna’.
Nolan conserva parte di questa struttura, ma la sottopone a una radicale riscrittura cinematografica. Molti episodi vengono compressi, altri eliminati, altri banalizzati, altri ancora vengono trasformati profondamente. Scompaiono o vengono drasticamente ridimensionati elementi fondamentali come i Feaci, Nausicaa e numerosi interventi divini; anche il ruolo di personaggi e divinità viene modificato per adattarsi a una narrazione molto più psicologica e adattata all’immaginario pop americano. La dea Atena (interpretata da una sempre malmostosa Zendaya) è forse solo una visione del protagonista, proiezione dei suoi sensi di colpa. L’episodio di Polifemo, ridotto a un mostro ‘alieno’, narcolettico e privo della parola, viene spogliato della sua iconicità eliminando il celeberrimo ‘trucco’ di Ulisse basato sul nome ‘Nessuno’. Anche Agamennone non parla ed è rivestito di un’armatura nera che ricorda quella di Batman, immodesto richiamo alla trilogia del Cavaliere Oscuro dello stesso Nolan. I giganti Lestrigoni, diventano una sorta di guerrieri simil-medievali ricoperti da argentee armature. Circe e Penelope fanno improbabili rivendicazioni ‘femministe’ contro il maschio patriarcale dell’Età del Bronzo mentre Calipso (Charlize Teron), l’unico personaggio di Omero che fa una rivendicazione che oggi potremmo definire ‘femminista’ (nel Libro V dell’Odissea Calipso contesta fermamente l’ordine di Zeus di lasciare andare Odisseo), nel film di Nolan viene ridotta al ruolo di crocerossina che ‘cura’ Ulisse con i fiori di loto dai suoi traumi. La componente erotica esplicita e ambigua che rendeva interessante il rapporto tra Calipso e Ulisse viene eliminata.
Fortunatamente rimane trasposto in forma quasi accettabile la strage dei Proci (capitanati da un odioso Antinoo interpretato da un efficace Robert Pattinson) preceduta dalla memorabile prova dell’arco. La discesa nell’Ade (privata dei suoi incontri più commoventi e significativi) e la trasformazione in porci dei compagni di Ulisse da parte di Circe, invece rimandano figurativamente al cinema horror moderno (zombi e body-horror).

Ulisse non è più l’eroe astuto, multiforme e straordinariamente abile nel manipolare gli altri attraverso la parola e l’inganno. Del resto privare Ulisse della sua più celebre astuzia (ai danni di Polifemo) significa impoverire uno dei tratti fondamentali della sua personalità. Ulisse diventa soprattutto un uomo segnato dalla guerra, dal senso di colpa e dal trauma. Anzi dell’ingegnoso eroe omerico non c’è traccia: il volenteroso Matt Damon è un Ulisse depresso e disilluso, che ricalca il classico soldato americano, sulla scia di tanti protagonisti di film hollywoodiani recenti come l’improbabile crociato Baliano di Ibelin de Le Crociate di Ridley Scott o lo smemorato Jason Bourne molto simile all’Ulisse nolaniano. Tutto molto lodevole ma poco originale. In fondo si tratta del solito meccanismo narrativo hollywoodiano assolutorio e ipocrita nei confronti delle imprese belliche (fallimentari) made in USA dove prima si bombarda e poi ci si pente (almeno al cinema). Tornando a Nolan, l’Oppenheimer e l’Ulisse nolaniani seguono lo stesso meccanismo: prima contribuiscono a creare strumenti di guerra per sterminare il nemico (il Cavallo di Troia e la bomba atomica), poi si interrogano sofferenti sulle conseguenze nefaste delle loro azioni. Ovviamente l’Ulisse omerico soffre per i suoi compagni scomparsi e per la lontananza da Penelope ma non si pente di certo delle sue azioni guerresche, di cui anzi va orgoglioso. Il finto pacifismo hollywoodiano di stampo ‘dem’ non dovrebbe contaminare un’opera come l’Odissea.

Il risultato finale è un’Odissea nella quale la mitologia viene progressivamente depotenziata da una problematicità tutta moderna. È una scelta legittima. Ma è una scelta che avrebbe più senso se Nolan avesse avuto il coraggio di cambiare piano narrativo nel reinterpretare l’epos omerico come hanno fatto innumerevoli autori prima di lui, da Virgilio nell’ Eneide a Joyce nell’ Ulisse, e nel cinema, da Kubrick in 2001 Odissea nello spazio a Walter Hill ne I Guerrieri della Notte. Oppure poteva eliminare completamente gli elementi mitologici o fantastici in favore di un’Odissea del tutto realistica basata su pochi episodi come nel recente Itaca – il ritorno del 2024 diretto da Uberto Pasolini o il minimalista e poetico Nostos – Il ritorno (1989) di Franco Piavoli. Modernizzare l’Odissea seguendo (seppur parzialmente) lo stesso schema narrativo di Omero è una scelta artisticamente fallimentare e culturalmente erronea. L’Odissea di Nolan finisce per assumere un andamento narrativo ‘meccanico’, come se il susseguirsi degli eventi fosse costituito da un insieme di trailer slegati tra loro, spettacolari ma freddi e privi di pathos. Non è una questione di essere totalmente fedeli alla narrazione omerica ma piuttosto di saper cogliere lo ‘spirito’ dell’opera. Un mirabile esempio in questo senso è costituito dall’Odissea della RAI, il ‘mitico’ sceneggiato televisivo del 1968 interpretato da Bekim Fehmiu, l’Ulisse più convincente mai apparso sugli schermi.
Come in ogni ‘americanata’ che si rispetti quello che ci rimane è un primato tecnico: primo lungometraggio girato interamente con cineprese IMAX a pellicola.

Per avere un punto di vista diverso su mito e (fanta)scienza in rapporto alle antiche civiltà, può essere istruttivo leggere la recensione di Giuseppe Nardoianni, esperto di ufologia e appassionato di cinema di fantascienza: leggi QUI.

 

Titolo originale: The Odyssey
Regia: Christopher Nolan
Sceneggiatura: Christopher Nolan
Fotografia: Hoyte van Hoytema
Cast: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson, John Leguizamo, Charlize Theron, Zendaya, Jon Bernthal