
Con il film Al termine del sole, i registi indie Dario Almerighi e Lorenzo Lepori si confrontano con uno dei titoli più scomodi di Fernando Di Leo: Avere vent’anni, film maledetto e famigerato quasi quanto Cannibal Holocaust.
Quanto ha senso oggi realizzare un remake di un film come Avere vent’anni, il film maledetto di Fernando Di Leo che nel 1978 finì stritolato dalle polemiche, dalla censura e dalle manipolazioni distributive? Il film di Di Leo è un’opera contraddittoria, figlia di una stagione storica ben precisa, nella quale l’emancipazione sessuale, la contestazione giovanile e il tramonto delle speranze rivoluzionarie convivevano con una società ancora tradizionale tutt’altro che scomparsa e con una violenza sociale pronta a esplodere sotto la superficie rassicurante della commedia. La forza dirompente di Avere vent’anni consisteva nel fatto di sorprendere lo spettatore con un finale shoccante che si discostava brutalmente dall’andamento apparentemente spensierato della pellicola, che da commedia sexy quasi umoristica e satirica, interpretata dalle solari e conturbanti Gloria Guida e Lilli Carati, si trasformava inaspettatamente in un incubo di inaudita ferocia. Incubo in verità realistico in quanto richiamava alcuni efferati delitti dell’epoca a sfondo sessuale (come il massacro del Circeo) che suscitavano sdegno e orrore, non disgiunto anche da un certo interesse morboso da parte del pubblico, che ovviamente il cinema exploitation italico era pronto a sfruttare.
L’eredità di questo tipo di cinema, ormai scomparso in Italia, è stata raccolta da un cinema horror indipendente e non omologato, commercialmente un fenomeno di nicchia ma animato da passione e creatività. Quindi è con un certo coraggio che i registi indie Dario Almerighi e Lorenzo Lepori si sono cimentati nella realizzazione di Al termine del sole (2025). Il film riprende sostanzialmente l’impalcatura narrativa di Avere vent’anni, ma ne aggiorna la sensibilità e l’ambientazione. Non siamo più davanti a una fotografia, sia pure deformata e sarcastica, delle contraddizioni della controcultura degli anni Settanta: il mondo che circonda le protagoniste appare piuttosto come una galleria di figure eccentriche, fanatici, individui marginali e presenze inquietanti, attraverso le quali il viaggio assume progressivamente i contorni di una discesa agli inferi. La commedia vira verso l’horror, seppur tenuto sotto controllo, e le atmosfere sono più cupe. Sullo sfondo sentiamo parlare di ragazze scomparse… Una serie di personaggi vagamente inquietanti e di situazioni bizzarre quasi surreali sostituiscono le nudità assortite della commedia sexy e certe figure comiche come quelle interpretate da Vittorio Caprioli e Giorgio Bracardi (recentemente scomparso). Nel 1978 la disillusione aveva il sapore amaro di una stagione politica che si stava esaurendo; nel film di Almerighi e Lepori assume piuttosto la forma di un disorientamento generale, di un attraversamento di ambienti e situazioni in cui il confine tra libertà e autodistruzione diventa sempre più labile.
Il primo elemento che salta all’occhio è il rapporto con le due protagoniste. In Al termine del sole, Gloria ed Lilli — interpretate rispettivamente da Elena Libertà Silvi e Francesca Montuori — sono una dichiarazione d’intenti già nei nomi: impossibile non cogliere il richiamo alle interpreti del film di Di Leo. Ma il gioco cinefilo non si esaurisce nel rimando anagrafico. Almerighi e Lepori recuperano la coppia femminile come centro di gravità di un universo maschile popolato da frustrati, fanatici e figure grottesche, in cui la libertà delle donne per alcuni continua a essere percepita come un affronto da punire. Lo sfondo rimane quello di una società cinica e priva di innocenza in cui le due protagoniste ingenuamente affamate di esperienze e di libertà finiranno vittime.

Come già sottolineato, nel remake la componente erotica viene ridimensionata (o comunque attualizzata) rispetto al modello originario, mentre cresce il peso del grottesco e dell’orrore. Il risultato sposta l’asse del racconto: meno provocazione legata ai costumi sessuali degli anni Settanta, più attenzione a un mondo umano deformato, popolato da individui che sembrano aver trasformato la propria marginalità in una grottesca messinscena: ricordiamo le figure del filosofo aspirante suicida o della femminista dark misandrica. Anche il travestito a capo della setta, il Nazariota, è una figura ambigua e grottesca.
La prova di Elena Libertà Silvi emerge in particolare per intensità emotiva, mentre l’intero cast contribuisce a quella dimensione corale, sopra le righe, che caratterizza il film. Tra le presenze più riconoscibili figurano Fabrizio Bordignon nel ruolo del Nazariota, Andrea Puglisi, Pascal Persiano e Simona Vannelli. Da segnalare anche il cameo di Antonio Tentori, nome ben noto agli appassionati dell’horror italiano
La fotografia e il contributo musicale di Federico Giammattei sono importanti nel costruire un’atmosfera perturbante, che accompagna le protagoniste attraverso ambienti sempre più ostili. La progressione del viaggio, dalla spiaggia agli spazi della provincia, dalla comune al bosco, funziona come un percorso di progressiva perdita delle illusioni.
Naturalmente, il susseguirsi di situazioni e personaggi eccentrici, rischia di imprimere alla narrazione un andamento episodico e frammentato che potrebbe andare a detrimento della compattezza drammaturgica o di un’eventuale suspense o mistery. Ma agli autori del film interessa altro e, in questo fedeli all’originale, non hanno paura di sporcarsi le mani nel perseguire il gusto per l’eccesso, senza seguire le regole degli horror canonici, ma anche evitando di cadere nell’estremo fine a se stesso. Pur consapevoli che oggigiorno gli spazi di manovra per un certo cinema exploitation sono più limitati, Al termine del sole trova comunque una sua personalità che non sfigura di fronte all’originale.
Attenzione Spoiler!
Il confronto decisivo con Di Leo si consuma nell’epilogo. In Avere vent’anni, il massacro delle protagoniste rappresentava una rottura brutale con il tono spesso scanzonato del racconto. La violenza sessuale e l’uccisione delle ragazze negavano qualsiasi possibilità di conciliazione: la società che aveva promesso loro libertà le ricacciava nel ruolo di vittime, punendole per aver osato sottrarsi alle sue regole non scritte. Era un finale talmente estremo da provocare il ritiro del film e la sostituzione dell’epilogo con un lieto fine posticcio. Soltanto il recupero della versione integrale ha restituito pienamente all’opera il suo significato più radicale. Almerighi e Lepori non rinunciano alla ferocia, ma non si limitano a riprodurre meccanicamente il modello. La cornice narrativa introduce una differenza nel destino delle due ragazze, senza rinunciare alla violenza conclusiva e al richiamo visivo all’impalamento che ha reso famigerato il film del 1978. Ovviamente negli anni è mutato il rapporto fra violenza, emancipazione femminile e immaginario cinematografico.
Alla fine Avere vent’anni è qualcosa di più di un remake meramente citazionista: una dichiarazione d’amore per un certo cinema italiano perduto: quello capace di mescolare erotismo, critica sociale, cattivo gusto, orrore e provocazione senza chiedere il permesso a nessuno. Un cinema imperfetto, talvolta sgangherato, ma ancora capace di lasciare qualche segno.
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