
Der Tiger – Viaggio all’inferno ci immerge nell’incubo della guerra tra realtà e allucinazione in una missione senza speranza oltre le linee nemiche…
Attenzione Spoiler!
Proprio quando in Europa e soprattutto in una Germania in piena crisi, si (ri)comincia a parlare di guerra imminente, di improbabili piani di riarmo e di sacrifici richiesti a noi cittadini europei, tra propaganda martellante e allarmismi deliranti, l’uscita di un film tedesco di genere bellico che racconta le imprese guerresche di un equipaggio (con le mostrine delle SS-Panzer-Division “Totenkopf”) di un carro armato Tiger in terra di Russia, non può che suscitare una certa perplessità e apprensione.
Ma fortunatamente Der Tiger – Viaggio all’inferno (2025) non è il solito film di guerra ovvero non è la risposta germanica all’americano Fury e al suo carro armato Sherman ne tantomeno al russo T-34 – Eroi d’acciaio sulle imprese del celebre carro sovietico. Diretto da Dennis Gansel (che ha una certa dimestichezza con il genere bellico e le follie del nazismo), la pellicola si appoggia all’apparenza a un classico contesto storico — la Seconda Guerra Mondiale sul fronte orientale — per poi trasformarsi in un dramma psicologico e morale che mette il conflitto sotto una lente distorta e inquietante.
La trama segue l’equipaggio di un carro armato Tiger della Wehrmacht, incaricato di una missione segreta dietro le linee nemiche, assegnata subito dopo essere scampati miracolosamente alla distruzione su un ponte durante la rovinosa ritirata seguita alla sconfitta di Stalingrado nel 1943. Una missione solitaria senza appoggi che si rivelerà essere di natura piuttosto ‘kafkiana’, attraverso una terra di nessuno, alla ricerca di un misterioso ufficiale da portare in salvo (il colonnello Paul von Hardenburg forse detentore di preziose informazioni che non devono cadere in mano ai russi). Inizialmente i ‘volenterosi’ componenti dell’equipaggio di cinque uomini appaiono motivati e coraggiosi e il loro comandante Gerkens (David Schütter) li guida con abilità e audacia attraverso i pericoli della missione tra campi minati e il guado subacqueo di un fiume. A un certo punto assistiamo anche a un avvincente duello con un cacciacarri sovietico SU-100 (in verità entrato in servizio solo nel 1945). Per i più pignoli aggiungiamo che il Tiger del film è stato realizzato basandosi sul telaio di un carro armato T-55 sovietico e modificato in modo tale da avere l’aspetto (quasi) autentico del famigerato panzer germanico.
In Der Tiger – Viaggio all’inferno la minaccia più grande non viene dai russi (sempre invisibili o intravisti solo da lontano) ma dai demoni interiori che, con il proseguire del viaggio, tormentano i membri dell’equipaggio, in particolare il comandante Gerkens, strafatto di anfetamine e afflitto da visioni di ambigua interpretazione sul suo passato e sulla reale natura della missione. Il regista dissemina abilmente alcuni indizi che cominciano a far dubitare lo spettatore della vicenda a cui sta assistendo, che va aldilà della semplice azione di guerra. La poderosa macchina bellica rappresentata dall’iconico carro Tiger non rappresenta più un mezzo militare ma diventa una sorta di prigione mentale, un guscio che separa i soldati dal mondo reale e che li trasporta verso un inferno simbolico, come anticipa il titolo italiano. Con sottili accenti surreali, accadimenti misteriosi e un finale che sfuma nel soprannaturale weird, il film suggerisce che la guerra non è un semplice fallimento umano e strategico ma un inferno psicologico in cui gli individui vengono assorbiti, svuotati della loro umanità e ridotti a ingranaggi di un meccanismo spietato.
Infatti, come emerge nel finale, l’intero viaggio potrebbe non essere reale ma una visione tra la vita e la morte dell’ufficiale protagonista avvenuta dopo la distruzione del ponte su cui combatteva. Il confronto finale tra Gerkens e un inquietante von Hardenburg, nascosto in un misterioso bunker, porta alla luce la verità sui ricordi rimossi del protagonista, tormentato dai sensi di colpa per le azioni commesse durante la guerra a Stalingrado. Questo ribalta le aspettative narrative e proietta lo spettatore in un’esperienza che, più che legata all’evento storico, si rivela essere di natura allegorica e metafisica. In questo senso il finale non ha una conclusione eroica e non c’è redenzione né morale consolatoria, ma un vuoto che riflette la brutalità senza senso del conflitto. I protagonisti del film sono già tutti morti sin dall’inizio. Una fantasia allucinata del comandante sembra aver prolungato la loro esistenza in una sorta di limbo temporaneo sospeso tra il mondo dei vivi e quello dei morti.

Nel confronto con altri film di guerra centrati sui carri armati, Der Tiger – Viaggio all’inferno si distingue soprattutto per la rappresentazione della guerra e dell’invasione della Russia come un’allucinata follia, più che come arena spettacolare ed eroica. È utile metterlo accanto a titoli come Fury (2014), T-34 (2018), l’israeliano Lebanon (2009) e il classico La croce di ferro (1977), fino ad arrivare a un riferimento letterario meno ovvio ma tematicamente decisivo come Il Barone Bagge di Alexander Lernet-Holenia, una delle opere più importanti della letteratura fantastica in lingua tedesca, pubblicato per la prima volta nel 1936.
Fury, di David Ayer, è forse il termine di paragone più immediato. Anche qui seguiamo un equipaggio chiuso in un carro armato Sherman, isolato dal mondo e condannato a una violenza quotidiana senza tregua. Ma mentre Fury resta ancorato a un realismo brutale, fatto di fango, sangue e cameratismo virile, Der Tiger compie un passo ulteriore: il realismo è solo il punto di partenza. Là dove Ayer racconta la disumanizzazione attraverso l’accumulo di orrore, Gansel sceglie la sospensione, l’ambiguità, fino a suggerire che la guerra stessa sia una dimensione irreale, una sorta di purgatorio. In Fury il sacrificio finale conserva ancora una certa aura eroica; in Der Tiger non resta nulla da salvare, nemmeno simbolicamente.
Il confronto con T-34 è ancora più netto. Il film russo abbraccia apertamente una logica epica e patriottica, trasformando il carro armato in uno strumento di riscatto nazionale e i suoi protagonisti in figure quasi mitologiche. La guerra è spettacolo, abilità, orgoglio, anche perché è in gioco la sopravvivenza fisica di un intero popolo. Der Tiger fa l’esatto contrario: il carro non libera, imprigiona; non unisce, consuma. Dove T-34 costruisce un mito identitario rassicurante per opporsi allo sterminio nazista, Der Tiger lo smonta pezzo per pezzo, mostrando come la tecnologia bellica diventi un’estensione dell’annientamento interiore. Non c’è trionfo, solo stasi e perdita di senso.
Ancor più claustrofobico è il film israeliano Lebanon, dal chiaro messaggio pacifista, ambientato interamente all’interno di un carro armato durante la prima guerra del Libano del 1982, vissuta dai riluttanti soldati coscritti come inutile e incomprensibile.
Più profondo è il legame con La croce di ferro di Sam Peckinpah anche se non si svolge all’interno di carro armato. Anche lì il fronte orientale è un teatro di follia morale, e l’esercito tedesco viene mostrato senza indulgenze né eroismi tra ambiziosi ufficiali che ambiscono solo ad ottenere le più alte onorificenze e rudi soldati che pensano essenzialmente a portare a casa la pelle. Peckinpah, però, resta legato a una visione nichilista e corrosiva, in cui la guerra rivela il peggio dell’uomo ma resta pur sempre un fatto storico, concreto, sporco ma ancora ammantato di una certa spettacolare epicità. Der Tiger sembra raccogliere quell’eredità e spingerla oltre, trasformando la guerra in un’esperienza brutale ma insensata, quasi irreale. Se Peckinpah distrugge il mito della guerra, Gansel ne mostra il fantasma, ciò che resta quando anche il mito è morto.

È qui che diventa illuminante il richiamo a Il Barone Bagge dello scrittore austriaco Alexander Lernet-Holenia. Nel breve romanzo, ambientato durante la Prima Guerra Mondiale sul fronte orientale, il protagonista, con uno squadrone della cavalleria austriaca, vive una missione notturna che sembra reale ma si rivela, forse, un’esperienza al confine tra vita e morte. La guerra diventa un territorio onirico, dove il tempo si spezza e la realtà perde consistenza. Der Tiger sembra dialogare direttamente con questa tradizione mitteleuropea: il viaggio del carro armato non è solo geografico, ma ultraterreno. Come nel romanzo, il protagonista potrebbe essere già morto, o comunque già fuori dal mondo dei vivi.
In questo quadro comparativo, Der Tiger emerge come un film profondamente antibellicista, ma in modo non sloganistico. Non si tratta certo di un capolavoro migliore degli altri film citati e il colpo di scena finale a un certo punto diventa abbastanza intuibile. Ma ha il merito di svuotare la guerra di significato, di trasformarla in un incubo senza centro né fine. Ed è proprio questa scelta che lo rende attuale. In un’Europa che torna a parlare di riarmo e di pericolo russo il film ci ricorda di non ricadere negli errori passati.
Titolo originale: “Der Tiger”
Regia: Dennis Gansel
Sceneggiatura: Dennis Gansel, Colin Teevan
Produzione: Germania, 2025 – Amazon MGM Studios, Pantaleon Films – Durata: 122 minuti
Attori: David Schütter, André Hennicke, Samuel Himal, Leonard Kunz, Yoran Leicher, Alzbeta Malá, Laurence Rupp
Musiche: Heiko Maile
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