In “Vincent deve morire” assistiamo alle disavventure di uomo che deve sopravvivere in un mondo dove tutti vogliono ucciderlo senza motivo…

 

 

 

 

 

 

 

 

Quando l’intellettualismo francese da Nouvelle Vague incontra al cinema l’horror militante di John Carpenter, il risultato è il film Vincent deve morire (Vincent doit mourir), esordio sorprendente di Stéphan Castang, un thriller-horror con venature grottesche che rovescia progressivamente l’ordinario in qualcosa di inquietante e allo stesso tempo stranamente familiare. A partire da una premessa semplice – un grafico pubblicitario di Lione comincia ad essere attaccato senza motivo da colleghi e perfetti sconosciuti – il film costruisce una parabola di paranoia collettiva e violenza irrazionale che trascende il singolo episodio fino ad abbracciare un’intera società, nella fattispecie quella francese e più in generale tutta la nostra società occidentale.

Il protagonista Vincent, interpretato da un efficacemente ‘fantozzianoKarim Leklou, è il classico perdente, insicuro e isolato socialmente che si ritrova catapultato senza preavviso e segnali premonitori in una situazione tanto assurda quanto spaventosa. Il film cattura da subito l’attenzione dello spettatore immergendolo in una situazione fantastica e misteriosa e la tensione viene gestita abilmente. Infatti da un giorno all’altro, tutti iniziano ad attaccare Vincent, che sia in ufficio, per strada o nel suo quartiere. Basta un solo sguardo per scatenare una furia omicida, trasformando quest’uomo comune, un pubblicitario, in un emarginato. Se si riesce a resistere abbastanza a lungo o a sfuggire all’attacco omicida, la furia dell’aggressore cessa dopo un certo lasso di tempo, senza che rimanga in lui memoria delle azioni violente commesse. La vita ordinaria di Vincent viene sconvolta e, con l’intensificarsi degli attacchi, non ha altra scelta che fuggire e cambiare stile di vita. Dopo aver conosciuto un clochard (che afferma di essere stato prima un professore universitario), anche lui perseguitato dalle inspiegabili aggressioni, Vincent viene in contatto con un gruppo online noto come Sentinels, che lo supporta fornendo consigli e informazioni su come sopravvivere. Su suggerimento del clochard, Vincent troverà un valido sostegno in un cane pitbull in grado di segnalare anticipatamente gli individui in procinto di aggredire. L’incontro fortuito con una cameriera (che inizialmente non sembra essere afflitta dal male dell’odio virale), interpretata da Vimala Pons, allevierà la sua solitudine, in verità presente anche prima del verificarsi degli attacchi di violenza.

Vincent deve morire non segue però la strada del survival-horror o dell’exploitation, infatti rispetto alle opere di riferimento citate spesso nel genere, si differenzia per tono e obiettivi pur condividendo alcuni elementi chiave. E’ evidente che il regista, insieme allo sceneggiatore Mathieu Naert, ha assimilato la lezione di tre grandi registi: John Carpenter, George A. Romero e Luis Buñuel.
Se guardiamo ai film di John Carpenter (come Distretto 13 – Le brigate della morte o La Cosa), l’affinità sta nell’atmosfera di assedio: qui non è una base isolata o una stazione artica ad essere assediata, ma il mondo quotidiano stesso dove ogni sguardo basta a scatenare l’istinto omicida. La tensione è più psicologica che viscerale, e la macchina da presa privilegia il realismo urbano, banale e ordinario come il suo protagonista, ma resta la sensazione di una minaccia onnipresente e incomprensibile. L’influenza di Carpenter è evidente soprattutto nella rappresentazione di un mondo capitalista in decadenza, dove gli individui sono sempre più isolati, anche sul luogo di lavoro. Lo sventurato Vincent, benché aggredito da due persone in ufficio in momenti diversi, viene invitato a starsene a casa per un periodo e convinto a non sporgere denuncia, come se fosse lui in qualche modo responsabile delle strane aggressioni. Anche la colonna sonora di John Kaced richiama quella ‘incalzante’ della musica elettronica di Carpenter.
L’influenza di Luis Buñuel si riscontra principalmente nel tono ironico e surreale impiegato in tutto il film, con una forma di distacco che contrasta nettamente con gli eventi che si svolgono attorno al protagonista. Si vedano in proposito le scene tragicomiche della lotta contro due bambini sul pianerottolo di casa o lo scontro con il postino nella fossa biologica.

Possiamo trovare una certa parentela con 28 Giorni Dopo, più tematica che stilistica: nel film di Boyle un virus trasforma chiunque in essere rabbioso, mentre in Vincent deve morire non abbiamo un patogeno chiaramente dichiarato ma un fenomeno similare di contagio comportamentale, con aggressività che scatta all’incrocio di due sguardi. La furia collettiva che avanza fatalmente richiama l’idea di epidemia (non di zombie, ma di odio “virale”), ma non si traduce in azione frenetica o inseguimenti ad alta velocità come nel film inglese; qui l’angoscia nasce dall’impotenza del protagonista a comprendere le regole del “contagio”. Se le regole di sopravvivenza verranno capite da Vincent a un certo punto, le origini del fenomeno rimarranno misteriose.
Questo lo accomuna al cult slasher It Follows dove assistiamo a una sorta di contagio ‘soprannaturale’ dalle cause ignote: quel film costruisce paura attorno a una minaccia inesorabile che si avvicina lentamente ma inevitabilmente; in Vincent deve morire c’è una tensione simile, una progressione di pericolo che non si spiega e non si arresta, ma il dispositivo narrativo – uno sguardo scatenante invece di un’entità che cammina – pur essendo essendo essenzialmente lo stesso, privilegia la metafora di un mondo consumato dalla violenza gratuita, dalla diffidenza e dal sospetto reciproco.

Come ci si aspetta da un film europeo, la chiave più interessante del film sta però nella lettura sociale: la violenza inspiegabile può essere vista come allegoria dell’ansia collettiva dei tempi recenti. L’idea che lo sguardo di un altro possa scatenare una reazione devastante riecheggia le paure (per alcuni irrazionali o montate ad arte) legate alla pandemia di Covid-19, quando la vicinanza, la respirazione condivisa o un gesto banale potevano trasformarsi in un rischio ritenuto mortale. L’isolamento, la diffidenza, il sospetto verso l’altro, l’esperienza di un mondo in cui i contatti abituali diventano pericolosi – tutto questo alimenta la tensione del film e ne fa un ritratto impietoso della precarietà delle relazioni umane nel nostro tempo e della loro vulnerabilità di fronte ai fenomeni di manipolazione di massa o isteria collettiva indotti dalle continue emergenze (economiche, sanitarie, belliche, climatiche, etc…) a cui siamo sottoposti.

Paradossalmente in questa situazione di emergenza il protagonista Vincent, da individuo debole ed irritante, diventa uno che riesce a cavarsela in situazioni di emergenza e a trovare persino l’amore. Certamente non siamo di fronte a un capolavoro: la storia d’amore tra Vincent e l’avvenente cameriera è piuttosto improbabile e il finale aperto poteva essere più incisivo ma un tocco di ottimismo ogni tanto non guasta in questi tempi cupi. Vincent ha avuto una seconda possibilità dalla vita e l’ha sfruttata.
In bilico tra thriller/horror e commedia nera intrisa di umorismo sottile che stempera i momenti di violenza senza sminuirli, Vincent deve morire è riuscito a prendere elementi classici del cinema di genere e a riproporli con una lente critica sulla mutazione delle nostre paure, facendo riflettere più di quanto un film horror convenzionale potrebbe fare da solo.

 

Titolo originale: Vincent doit mourir
Produzione: 2023 – Belgio, Francia – Arte France Cinéma .- Durata: 108 min.
Regia: Stéphan Castang
Sceneggiatura: Mathieu Naert, Stéphan Castang
Fotografia: Manu Dacosse
Cast: Karim Leklou, Vimala Pons, Karoline Rose Sun, Michaël Perez, Pierre Maillet, Sébastien Chabane, Ulysse Genevrey
Colonna sonora: John Kaced