Aniara – Rotta su Marte è una distopia dello spazio come metafora esistenziale della nostra civiltà destinata ad affrontare l’ignoto per sfuggire all’estinzione

 

 

 

 

 

 

 

Aniara – Rotta su Marte (2018), vincitore del premio Asteroide al Trieste Film Festival 2019, è un film di fantascienza svedese diretto da Pella Kågerman e Hugo Lilja, tratto dall’omonimo poema epico di Harry Martinson (1956) . A prima vista potrebbe sembrare un “film spaziale” come tanti altri, ma ben presto rivela un cuore narrativo inquietante, una meditazione lenta e profonda sulla condizione umana, la solitudine e il vuoto esistenziale. Lontano dalle classiche epopee avventurose made in USA, Aniara è un’opera chiaramente a basso budget ma che tuttavia resta con lo spettatore ben oltre i titoli di coda.

Il film racconta la storia dell’Aniara, una nave spaziale progettata per trasportare emigranti terrestri verso Marte dove sono sorte delle colonie. Nel contesto di un pianeta Terra deturpato e sovrappopolato, il viaggio verso una nuova casa sembra l’unica via di salvezza. Ma un incidente di rotta (una collisione con dei detriti spaziali) provoca la perdita di tutto il carburante e precipita la nave nello spazio profondo, senza possibilità di ritorno. Da qui si sviluppa una parabola di degrado emotivo, perdita di speranza e solitudine angosciante.
Quello che colpisce di Aniara non è tanto il disastro in sé (del resto elemento sempre presente in altri film di fantascienza spaziale), quanto il modo in cui la narrazione si concentra sulle reazioni interiori dei personaggi e sull’atmosfera claustrofobica. Non c’è un grande cattivo da combattere, né un obiettivo eroico da raggiungere. L’avversario è l’assenza di senso e la mancanza di uno scopo che non sia la mera sopravvivenza fisica. La distopia non è una società corrotta da un regime totalitario, bensì l’inevitabile collasso psicologico di individui privati di speranza e prospettiva. Il capitano della nave e l’equipaggio mentono ai passeggeri sulle reali possibilità di salvezza, per mantenere l’ordine e un barlume di speranza ma ricorrono anche alla violenza e alla repressione se lo ritengono necessario. Del resto il campione di umanità che popola la nave dimostra sin da subito la sua fragilità. E’ un’umanità già decaduta prima della partenza, priva di riferimenti sicuri e sprovvista di particolare volontà o capacità di sopravvivenza (vedi ad esempio il personaggio dell’astronoma alcolizzata che non si fa nessuna illusione sulle reali possibilità di salvezza). La gigantesca astronave sembra una nave da crociera turistica con tanto di negozi e spazi ricreativi così come il suo equipaggio non sembra composto da duri astronauti pronti ad ogni emergenza o imprevisto. L’unico svago per i viaggiatori più nostalgici è costituito dall’ IA Mima, una coscienza artificiale che permette agli umani collegati a lei di rivivere le piacevoli esperienze vissute sulla Terra (prima della catastrofe) immersi in visioni idilliache di una natura ancora incontaminata. Ma dopo l’incidente la realtà virtuale di Mima diventa il rifugio/droga di tutti i passeggeri in cerca di conforto di fronte alla sconsolante e paurosa prospettiva di un viaggio senza fine nell’oscurità dello spazio. Per questo motivo Mima, forse oberata dai troppi collegamenti mentali di un’umanità disperata, finirà per autodistruggersi dopo aver trasformato le visioni paradisiache in incubi, aggravando ulteriormente il già labile equilibrio psicofisico dei passeggeri. Responsabile e custode di Mima è una donna, Mimaroben detta MR (Emilie Jonsson), vera protagonista del film, figura empatica e ricca di umanità che si troverà in contrasto con il comandante della nave sul controllo e utilizzo di Mima e sulle varie iniziative per migliorare la vita sulla nave. Con il passare degli anni si affievoliscono le speranze di ritrovare la rotta verso Marte e rivolte, follia e suicidi dilagano tra le persone. L’ottimista MR intraprende un’intensa relazione amorosa con l’assistente pilota, la cupa e introversa Isagel. Quando quest’ultima rimarrà incinta durante un’orgia (organizzata da un culto millenaristico nato tra i passeggeri), MR si adopra ad aiutare la compagna a crescere con amore il bimbo nato. Ma la speranza data da una nuova vita nata nello sterile spazio cosmico svanirà dopo poco tempo con il suicidio/infanticidio della depressa Isagel. Il viaggio dell’Aniara è arrivato a un punto di non ritorno mentale e spirituale per i suoi passeggeri: nascono nuove religioni e il buio dello spazio profondo prevale sulla fievole luce della speranza.

Il cuore del film è il senso di solitudine e smarrimento che avvolge i passeggeri. Lontani da ogni riferimento familiare, imprigionati in un ambiente artificiale, i personaggi sperimentano una paura che non deriva tanto da minacce esterne quanto dal confronto con il vuoto. Il film è stato premiato doverosamente per il forte messaggio ambientalista ed esistenzialista ma la sua peculiarità è data dall’horror vacui che emana, tanto da essere inserito in un elenco di film ‘lovecraftiani‘ presente su The Lovecraft eZine. Non mancano neanche elementi di mistero in Aniara, come quando, dopo 5 anni dalla partenza, viene avvistato un oggetto in avvicinamento che il comando ritiene essere una navetta di soccorso con un carico di combustibile per l’astronave. Ma inesplicabilmente l’oggetto sconosciuto si rivelerà essere un misterioso manufatto di ignota origine, refrattario ad ogni tentativo di analisi o spiegazione. Dopo 24 anni dalla partenza i sopravvissuti, ridotti ormai ad uno stato di consunzione psicofisica estremo, sono avviati a vagare nello spazio profondo per l’eternità. Dopo un altro enorme sbalzo temporale arriva il finale beffardo che però in qualche modo mette i brividi.

Spoiler!

Nell’angosciante scena finale vediamo l’astronave, ormai ridotta a un relitto buio e fatiscente, avvicinarsi all’orbita di un pianeta simile alla Terra. Una scritta ci informa che sono passati 5.981.407 anni.

Il materiale poetico di Martinson (concepito durante la Guerra Fredda) emerge soprattutto nei momenti di riflessione filosofica, nei dialoghi frammentari e nei piccoli rituali quotidiani dei passeggeri, che cercano disperatamente di mantenere un briciolo di normalità. Qui Aniara si avvicina più al cinema psicologico di matrice scandinava che alla fantascienza mainstream, e questo può renderlo lento o sconcertante per alcuni, ma assai potente per chi si lascia coinvolgere. L’inadeguatezza degli effetti speciali si nota in varie scene ma sono un elemento ormai super-inflazionato nella fantascienza odierna quindi non così indispensabile in queste pellicole dalla narrazione introspettiva.

Per comprendere appieno il valore e la diversità di Aniara, può essere utile metterlo a confronto con altri film che affrontano, in modo più o meno intenso, la dimensione emotiva dell’esplorazione spaziale. In Vicini all’ignoto (Approaching the Unknown, 2016) il protagonista (interpretato da Mark Strong) è un astronauta solitario deciso a raggiungere Marte a tutti i costi. Anche in questo caso la solitudine è centrale, ma il tono è diverso: il focus è sul coraggio individuale e sulla sfida tecnica. Aniara, invece, non celebra l’eroismo ma mette a nudo la fragilità emotiva e l’angoscia di un gruppo che perde ogni direzione.
Apollo 13 (1995), il classico di Ron Howard, è un film di sopravvivenza e cooperazione umana sotto stress. C’è paura, certamente, ma anche un forte senso di comunità, ingegno e solidarietà. Nel contrasto con Aniara questo emerge con chiarezza: dove Apollo 13 trova soluzioni, Aniara mostra la resa psicologica.
Punto di non ritorno (Event Horizon, 1997), Sunshine (2007) e il recente Slingshot – Missione Titano (2025) hanno un baricentro narrativo più vicino al thriller e all’horror rispetto ad Aniara ma condividono con il deprimente film svedese una certa aura di ‘orrore cosmico‘ e il precipitare nella follia dei personaggi.

In conclusione Aniara è un film inquietante, che mette in discussione l’idea stessa di progresso e di colonizzazione dello spazio. Se la fantascienza hollywoodiana spesso celebra la conquista e l’avventura, Aniara ci ricorda che la più grande frontiera è, e resta, il nostro mondo interiore: fragile, vulnerabile, in perenne tensione tra speranza e disperazione. Quindi teniamoci stretto il nostro vecchio pianeta.

 

Titolo originale: Aniara
Paese/Anno: Svezia | 2019
Regia: Hugo Lilja, Pella Kågerman
Sceneggiatura: Hugo Lilja, Pella Kågerman
Fotografia: Sophie Winqvist Loggins
Interpreti: Anneli Martini, Arvin Kananian, Bianca Cruzeiro, Emilie Jonsson
Musiche: Alexander Berg
Produzione: Meta Film Stockholm
Durata: 106′