Keeper – L’orrore come atmosfera, tra eleganza visiva e smarrimento narrativo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dopo l’acclamato Longlegs e il grottesco ma deludente The Monkey (tratto da un raccontino di Stephen King basato sull’ennesimo oggetto maledetto), Oz Perkins torna sul pezzo con Keeper – L’Eletta, dove prosegue il suo percorso nel territorio dell’horror d’autore, confermando una poetica ormai riconoscibile: pochi elementi iniziali, ambientazioni isolate e una paura che nasce più dalla percezione che dall’azione. Il tutto confezionato con tecnica ineccepibile ed eleganza visiva. Dopo film come February e Longlegs, Perkins torna a esplorare un cinema dell’inquietudine lenta, costruito su silenzi, spazi vuoti e presenze ambigue.
La storia è essenziale: una coppia (Malcom e Liz) decide di trascorrere qualche giorno in una baita isolata nel bosco per festeggiare il primo anno di fidanzamento. Quando Malcom, un medico, è costretto a tornare improvvisamente in città per un’ emergenza, Liz rimane sola nella casa. L’isolamento si trasforma presto in un’esperienza disturbante: suoni inspiegabili, presenze appena percepite e segreti legati alla casa iniziano a insinuarsi nella quotidianità compresa la presenza invadente del cugino del fidanzato, Darren. L’ambiente della baita arredata modernamente, freddo e geometrico, diventa quasi un personaggio, un luogo che sembra osservare e intrappolare la protagonista.

Il film lavora su percezioni ambigue: all’inizio non è mai chiaro se ciò che accade sia reale, psicologico o soprannaturale. Questa ambiguità mantiene lo spettatore in uno stato di costante incertezza. Ma i problemi iniziano quando si palesa inevitabilmente l’elemento soprannaturale o fantastico, tallone d’Achille anche del precedente Longlegs: se l’impianto tecnico e visivo rappresenta il principale punto di forza del film, i limiti emergono invece sul piano della scrittura e della logica narrativa. La sceneggiatura accumula simboli, allusioni e misteri senza riuscire sempre a integrarli in una struttura narrativa chiara. L’ambiguità, che nelle intenzioni dovrebbe alimentare il senso di inquietudine, finisce talvolta per trasformarsi in confusione. Fortunatamente non ci troviamo di fronte al solito film di fantasmi o serial-killer (come potrebbe far pensare il flashback iniziale dove vediamo in rapida sequenza giovani donne urlanti e sanguinanti) ma il tripudio di body horror finale, comunque visivamente efficace e spaventoso, è in qualche modo eccessivo nel suo mettere in mostra un campionario di mostruosità assortite e inesplicabili che faticano a essere spiegate in una tradizionale ‘cornice’ folk-horror che l’ambiente rurale boschivo suggerisce. Ovviamente il talentuoso Oz Perkins non è Lynch, Polanski, Ari Aster o Robert Eggers e non sa calibrare con il dovuto rigore l’elemento fantastico/soprannaturale con quello realistico o simbolico/allegorico. In poche parole non sono chiare (volutamente o meno) le origini e le caratteristiche delle entità soprannaturali (ma molto concrete) che abitano la foresta e la baita. Ovvero non hanno una loro ‘mitologia’ alle spalle, come per esempio invece accade per la comunità di mostri del film Cabal.

Quando il bonario e accondiscendente Malcom (interpretato dal figlio d’arte Rossif Sutherland) mostrerà a Liz la sua vera natura, lo ‘spiegone’ sui misteriosi accadimenti nella baita che ne viene fuori non sarà troppo soddisfacente: non abbastanza esauriente per far luce su tutti gli aspetti della vicenda ma al contempo abbastanza dettagliato per dissipare in parte le suggestioni create all’inizio con perizia mentre i diversi elementi introdotti nel corso del film restano sospesi o poco sviluppati.

Spoiler!

Quando Malcom rivela le sue vere intenzioni a Liz, assistiamo a un flashback ambientato 2 secoli prima. Due ragazzini crudeli (Malcom e il cugino Darren) si aggirano armati di moschetto nella foresta. A un certo punto si imbattono in una donna incinta in riva al fiume e le sparano senza motivo ferendola gravemente. Prima di morire la donna di incerta natura (strega? creatura magica dei boschi?) darà alla luce una progenie mostruosa anch’essa di incerta natura. Ai giorni nostri gli spietati Malcom e Darren, divenuti inspiegabilmente immortali, devono sedurre donne da sacrificare alla bizzarra prole di padre ignoto per continuare a vivere in eterno. Tutto questo dopo averle drogate con delle torte al cioccolato dall’aspetto non troppo appetitoso. Però, per qualche motivo Liz si rivela essere una sosia (o una reincarnazione?) della donna uccisa dai cugini. Stupidamente Malcom, attratto o affascinato dalla somiglianza di Liz con la donna uccisa secoli prima, la seduce e la porta nella baita per darla in pasto alle creature mostruose nello scantinato. Ovviamente invece le cose si ribalteranno, la prole mostruosa accoglierà con gioia il ritorno della mamma e Malcom subirà la terribile vendetta della donna che con l’occasione, vendicherà anche tutte le donne uccise negli anni passati dai cugini (Darren era già stato ucciso in precedenza)…

Naturalmente questa scelta può essere letta come volontà autoriale da parte di Perkins. Ovvero una narrazione volutamente vaga e frammentaria che con le sue suggestioni potenti fa trasparire in controluce una tematica sin troppo comune nel cinema horror odierno: l’ennesima condanna del patriarcato e del maschilismo tossico dove i maschi sono ovviamente tutti malvagi e subdoli nelle dinamiche di coppia e le donne vittime sacrificali in cerca di riscatto e vendetta. A questo proposito si veda Men di Alex Garland, film chiaramente surreale ed allegorico, dove una donna in fuga dal ricordo opprimente del fidanzato rompiscatole suicida, si rifugia (in cerca dei suoi spazi) in uno sperduto paesino rurale pieno di uomini invadenti e inquietanti (interpretati tutti dallo stesso attore!). Ma in questo caso, visto il carattere evidentemente visionario e simbolico del film, non è richiesta una spiegazione lineare e logica alle assurdità della storia. E comunque una mitologia folk-horror traspare chiaramente (quella del Green Man o Uomo Selvatico del folklore inglese, ritenuto da alcuni ancestrale simbolo del maschilismo). Invece nel caso di Keeper – L’Eletta, le bavose e pallide creature sono un’apparizione gratuita e insensata e le motivazioni dei vari personaggi avrebbero meritato maggiore approfondimento.

In questo contesto si inserisce la prova di Tatiana Maslany (nota principalmente per i suoi molteplici ruoli nella serie Tv Orphan Black), che sostiene gran parte del film quasi in solitudine, efficacemente ‘malmostosa’ in contrasto con il tranquillo e rassicurante Malcolm. L’attrice restituisce con efficacia il progressivo scivolamento del personaggio dalla curiosità iniziale alla paranoia, rendendo credibile un percorso psicologico fatto di dubbi, paure e percezioni sempre più instabili. L’unica àncora di LIz con il mondo reale è costituito dalla ‘solita’ amica del cuore che sente per telefono. Diciamo ‘solita’ perché questo elemento narrativo è presente in quasi tutti i recenti horror ‘femministi’ come il sopracitato Men e Fresh nerissima horror-comedy che parla di uomini che mangiano giovani donne per pura perversione. Anche qui le sventurate vengono sedotte da un uomo affascinante e romantico per poi essere intrappolate e vendute come cibo per una misteriosa congrega di ricconi dediti al cannibalismo di carni femminili.

In conclusione Keeper è un horror elegante e disturbante ma rimane un’esperienza più sensoriale che narrativa: affascinante da guardare, ma difficile da interpretare e da ricordare come un racconto compiuto e coerente.

 

Titolo originale: Keeper
Anno: 2025
Regia: Osgood Perkins
Sceneggiatura: Nick Lepard
Fotografia: Jeremy Cox
Cast: Tatiana Maslany, Rossif Sutherland, Claire Friesen, Christin Park, Erin Boyes, Tess Degenstein, Birkett Turton, Eden Weiss, Glen Gordon