Disclosure Day – il giorno della delusione

 

C’è un filo rosso che attraversa oltre sessant’anni di cinema di Steven Spielberg e che conduce direttamente a Disclosure Day: quello dell’incontro con l’ignoto. Una passione per gli alieni iniziata addirittura nel 1964, quando il diciassettenne Spielberg realizzò Firelight, un piccolo (e inguardabile) film amatoriale sugli UFO e sulle misteriose sparizioni provocate dagli extraterrestri. Da allora gli alieni hanno assunto forme molto diverse nella sua filmografia: l’entità meravigliosa e quasi religiosa di Incontri ravvicinati del terzo tipo, il fanciullesco E.T., gli invasori spietati di La guerra dei mondi. Con Disclosure Day Spielberg torna dunque a confrontarsi con uno dei temi fondanti del proprio immaginario, ma lo fa inevitabilmente portandosi dietro un’eredità ingombrante: quella dei suoi stessi capolavori. Il fatto è che Spielberg, al pari di altri illustri colleghi (George Lucas, Ridley Scott…), da audace e innovativo filmmaker indipendente è diventato con gli anni un rassicurante portavoce della propaganda hollywoodiana, dove gli USA, unici potenziali detentori di portentose tecnologie aliene, devono incessantemente vigilare per garantire la pace nel mondo, inscenando un improbabile teatrino fatto di misteriosi insabbiamenti e strabilianti rivelazioni riguardo una evolutissima civiltà extraterrestre che gioca a nascondino con gli americani tra rapimenti e incidenti. Questa (quasi) inevitabile omologazione alla visione hollywoodiana ovviamente non porterà allo spettatore nessuna particolare rivelazione né tanto meno una storia originale o sorprendente. L’ambiziosa domanda che il film si pone (cosa accadrebbe se l’umanità fosse costretta ad affrontare una verità impossibile da ignorare?) viene risolta con una certa banalità, ovvero ricorrendo alla trita mitologia di Roswell/Area 51, ai Grigi, agli uomini in nero, ai rapimenti, tutte cose già straviste al cinema e Tv, a cominciare dall’episodio di X-Files intitolato “Autopsia di un alieno“, piuttosto simile, almeno nelle premesse iniziali, a Disclosure Day.

Ovviamente trattandosi di Spielberg, la regia è, come sempre, di alto livello. Alcune sequenze d’azione sono costruite con precisione e risultano abbastanza avvincenti, e anche il cast, guidato da Emily Blunt, Josh O’Connor e Colin Firth, offre interpretazioni accettabili. Comunque nulla che non si sia già visto in un qualsiasi action movie. Proprio sul piano narrativo emergono le maggiori debolezze. La sceneggiatura accumula numerosi spunti senza riuscire a svilupparli pienamente, la risoluzione dell’intrigo è farraginosa e improbabile e l’originalità latita. Disclosure Day dà spesso l’impressione di rielaborare stancamente idee già viste nella filmografia dello stesso Spielberg a cominciare da Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) che sull’argomento aveva già detto tutto. Anche il finale lascia perplessi e delusi, dando la sensazione di una conclusione più simbolica che realmente risolutiva: il grande segreto custodito gelosamente dal governo americano è un vecchio alieno dei Grigi sulla sedia a rotelle che si appresta ad annunciare al mondo un qualche generico messaggio di pace universale, fornendo una visione stucchevole e melensa della questione con gli alieni visti come figure messianiche e quasi divine. Ridateci Klaatu di Ultimatum alla Terra!

Bisogna anche ricordare che Disclosure Day arriva in un momento in cui il tema UFO/UAP è passato dalla cultura popolare al discorso politico-istituzionale americano, creando grandi aspettative nell’opinione pubblica. Nel febbraio 2026 il poco affidabile Donald Trump ha annunciato l’intenzione di ordinare alle agenzie governative americane di individuare e rendere pubblici i documenti relativi a UFO, UAP e vita extraterrestre. Ad aprile ha poi dichiarato che la revisione aveva fatto emergere «molti documenti molto interessanti», promettendo nuove pubblicazioni. Infatti in seguito il governo USA ha pubblicato varie tranche di materiale, comprese fotografie, video e rapporti su fenomeni rimasti senza spiegazione definitiva. Ma c’è un punto fondamentale: nessuna di queste pubblicazioni ha finora fornito una prova conclusiva di civiltà extraterrestri, né di tecnologia aliena recuperata dal governo. Anche i casi più spettacolari rimangono, allo stato attuale, “non identificati”, che è una cosa molto diversa da “extraterrestri”. Se magari gli ufologi americani come fan dell’Area 51 hanno trovato una sorta di conferma nel film di Spielberg alle loro credenze, gli amanti del cinema di fantascienza sono rimasti profondamente delusi dalla narrazione banale e scontata scelta dal grande regista che invece poteva ispirarsi (inventandosi qualcosa di nuovo) a quei documenti de-secretati ritenuti allo stato attuale inspiegabili e misteriosi.

È certamente possibile che la questione UFO venga utilizzata politicamente per catturare l’attenzione dell’opinione pubblica. Del resto, alcuni esponenti politici hanno esplicitamente accusato Trump di utilizzare la questione come diversivo rispetto ad altre controversie politiche. E in questo clima Hollywood, tramite l’autorevole Spielberg, si è inserita nella questione per dire la sua, facendo la consuete propaganda made in USA ovvero un cinema rassicurante per le masse e funzionale al potere delle élite.

Il fatto di non aver trovato prove verificabili di attività extraterrestre o di tecnologia extraterrestre, né prove che il governo americano possieda tecnologia aliena sottoposta a reverse engineering (altrimenti l’avrebbero usata nei numerosi conflitti scatenati negli ultimi tempi per esportare la democrazia) non significa che indagare seriamente sugli UAP/UFO non sia perfettamente razionale e doveroso anche senza credere ciecamente agli extraterrestri come unica spiegazione possibile.

 

A proposito di Disclosure Day per avere un punto di vista diverso, è interessante leggere la recensione di Giuseppe Nardoianni, esperto di ufologia e appassionato di cinema di fantascienza: leggi QUI.