Lovecraft

H.P. Lovecraft

Howard Phillips Lovecraft (1890-1937), è considerato oggi una delle figure più influenti nel campo della letteratura fantastica e dell’orrore. Ma il suo è stato un successo postumo, avvenuto solo molti anni dopo la sua prematura scomparsa. Il Sognatore di Providence è stato un figura isolata, estranea alla società e alla cultura del suo tempo, che ha divulgato esclusivamente le sue opere attraverso oscure rivistine pulp dalla diffusione limitata e di incerta qualità. Eppure dal suo fitto epistolario scopriamo che aveva un certo numero di estimatori e ‘seguaci’ anche tra vari scrittori o aspiranti tali. La sua inimitabile fantasia indubbiamente lasciava il segno in chi aveva modo di leggere le sue opere.
Solo in tempi più recenti, il complesso immaginario lovecraftiano ha influenzato e contaminato altri ambiti, oltre la letteratura, come il cinema, la televisione, i videogames, i fumetti e persino il teatro. Anche se, va detto, che spesso si è trattato di un’influenza indiretta e superficiale. E’ soprattutto in ambito cinematografico che Lovecraft è stato parecchio travisato se non bistrattato, anzi, come vedremo, l’ispirazione alle sue opere inizialmente è stata nascosta o messa in secondo piano rispetto ad altri scrittori più famosi e collaudati al cinema (vedi Edgar A. Poe).
La visione lovecraftiana di ‘orrore cosmico’ con la sua cosmogonia di mostruose e indicibili divinità aliene ostili al genere umano, era troppo pessimista e difficile da rappresentare per un pubblico avvezzo a spaventarsi con orrori più rassicuranti e normali come i patetici mostri Universal tipo Frankenstein & C. Se la resa al cinema delle opere di Lovecraft può essere giudicata deludente è soprattutto per la grande difficoltà a rappresentare in immagini l’universo onirico di Lovecraft popolato da creature simboliche e informi, scaturite dalle paure profonde dello scrittore di Providence. Registi e sceneggiatori che si sono trovati a trasporre visivamente sullo schermo la produzione lovecraftiana hanno scelto strade diverse che grossomodo possono essere suddivise in due filoni: quelli che hanno deciso di rappresentare in maniera esplicita le visioni e il terrore per l’ignoto di Lovecraft, ricorrendo anche ad immagini eccessive e grottesche, e quelli che invece hanno privilegiato una rappresentazione orientata verso il non detto e il non mostrato interamente, volta a creare un orrore più d’atmosfera. Del resto le trasposizioni sullo schermo degli incubi letterari di Lovecraft, anche quando sono tratte dichiaratamente dai suoi racconti, non sono molto fedeli all’opera originale. Ad esempio per ovvi motivi commerciali i produttori tendono ad introdurre nelle storie due elementi di solito assenti dalla materia letteraria lovecraftiana: il lieto fine e la storia d’amore romantica.

La città dei mostri

La città dei mostri

Il primo film ispirato ad un’opera di Lovecraft è stato La città dei mostri (The Haunted Palace – 1963) diretto da Roger Corman, colui che per primo aveva portato con successo E. A. Poe al cinema. Infatti il film venne presentato, per motivi pubblicitari, come tratto da un’opera di Poe, basandosi sul fatto che il titolo originale The Haunted Palace faceva riferimento ad una ballata presente nel celebre racconto La caduta della casa degli Usher. E invece la storia è tratta dal racconto di Lovecraft Il caso di Charles Dexter Ward (1927), sicuramente uno di quelli divenuti poi più noti, e portato sullo schermo anche una seconda volta. Intepretato da un magistrale Vincent Price nella parte di Charles Dexter Ward, il film si avvale anche della partecipazione di un altro volto emblematico dell’horror, Lon Chaney Jr. nella parte di Simon Orne (personaggio presente anche nel racconto). La prima parte è dominata dalle atmosfere macabre e nebbiose create dallo scenografo preferito di Corman, Daniel Haller e dalla presenza di Price che riempie la scena con il suo personaggio tormentato e misterioso. Poi il film si incammina meccanicamente lungo la strada consueta di altri horror ‘gotici’ dell’epoca fino ad arrivare ad un finale banale e deludente anche sotto l’aspetto della rappresentazione lovecraftiana: nel racconto la mostruosa entità che il protagonista scorge intrappolata nel baratro, nel film viene rappresentata poveramente da una indistinta figura verdastra all’interno di un pozzo. Prima conferma della difficoltà di tradurre in immagini efficaci le fantasmagoriche fantasie dello scrittore di Providence. Nella Città dei mostri non mancano comunque alcune scene riuscite con momenti tipicamente lovecraftiani: Ward (Price) e la moglie (Debra Paget) osservati con diffidenza dagli avventori della locanda, l’incontro dei due protagonisti con la bambina deforme e sua madre, oppure successivamente, quando vengono seguiti da esseri deformi nelle nebbiose vie della città. Possiamo riscontrare nel film l’influenza di tematiche tratte da altre opere di Lovecraft , come quello dell’ibridazione tra la razza umana e i membri dell’Antica Razza, presente in racconti come L’orrore di Dunwich o La Maschera di Innsmouth, dove il mostruoso connubio dovrebbe servire ad favorire il ritorno sulla terra degli antichi dominatori. Durante il film si fa riferimento al Necronomicon, il libro dei morti cardine della produzione lovecraftiana. Anche il cognome di una delle donne del villaggio, Hester Tillinghast appare in un altro lavoro di Lovecraft, Dall’ignoto.
Con questo film Corman e la leggendaria casa di produzione AIP (American International Pictures) si accingevano a sfruttare un altro grande maestro dell’orrore dopo Poe, realizzando in seguito altri horror lovecraftiani diretti da Daniel Haller, già scenografo della Città dei mostri: La morte dall’occhio di cristallo, e Le vergini di Dunwich. Benché si tratti in entrambi i casi di adattamenti ufficiali, Lovecraft rimane una presenza incompiuta e superficiale.

La morte dall'occhio di cristallo

La morte dall’occhio di cristallo

Prima di esaminare più in dettaglio questi due film, dobbiamo citare un film precedente, lo spettrale La città dei morti (1960) dove possiamo ritrovare  qualcosa dell’influenza di Lovecraft. La vicenda della giovane studentessa in visita in un isolato villaggio del New England popolato da una setta satanica si presta allo sviluppo di situazioni ed atmosfere dagli echi lovecraftiani che rendono il film un po’ diverso dalla media. Da segnalare tra gli interpreti la presenza di un ambiguo Christopher Lee. La morte dall’occhio di cristallo (Die, Monster, Die! – 1965) è tratto da uno dei più famosi racconti di Lovecraft (Il colore venuto dallo spazio) e si avvale della presenza prestigiosa di Boris Karloff. Il racconto prescelto dovrebbe essere uno dei più adatti ad una trasposizione cinematografica, in quanto si tratta di una storia almeno apparentemente ‘fantascientifica’, non legata all’indescrivibile mitologia lovecraftiana. Eppure ci troviamo di fronte ad un adattamento piuttosto vago del racconto lovecraftiano, a cominciare dal titolo originale Die, Monster, Die!, poco attinente con la fonte ispiratrice e proseguendo con lo stesso ‘colore venuto dallo spazio’ rappresentato banalmente come una nuvola verdastra, quando invece si tratta di qualcosa di non percepibile cromaticamente dall’occhio umano. Più che sulla storia, Haller punta sull’aspetto visivo a lui più congeniale, sfruttando abilmente l’immagine per lo schermo panoramico con scenografie ricche e colorate, sullo stesso stile adottato da Corman per i film tratti da Poe. Infatti l’atmosfera malsana del racconto lovecraftiano è comunque ricreata passabilmente. Invece lo sviluppo narrativo è piuttosto debole, anche per qualche banalità in fase di sceneggiatura. Domina la scena un Boris Karloff autorevole ed inquietante.

Le vergini di Dunwich

Le vergini di Dunwich

Haller torna a Lovecraft con Le vergini di Dunwich (The Dunwich Horror – 1970) curioso horror ‘psichedelico’ che risente abbastanza delle influenze dell’epoca in cui è stato realizzato. Dei tre, questo è il film meno vicino allo ‘spirito’ lovecraftiano in quanto dà una visione dell’orrore cosmico piuttosto debole e banale  anche se, tutto sommato, godibile. Lo scarso esito commerciale della pellicola pose fine al tentativo dell’AIP di sostituire Lovecraft a Poe per un nuovo ciclo horror. Un altro horror lovecraftiano rivisitato in chiave anni ’60 è Black Horror – Le messe nere (Curse of the Crimson Altar – 1968) tratto dal racconto I sogni della casa stregata, pubblicato nel 1933 sulla rivista Weird Tales e appartenente al cosiddetto Ciclo di Cthulhu. Nel film gli elementi più orrorifici e macabri presenti nel racconto, vengono depurati: la vecchia strega, Keziah Mason, di aspetto grottesco viene sostituita da una splendida donna interpretata da Barbara Steele (in un bizzarro look azzurro-verdognolo); inoltre non è presente nell’adattamento cinematografico il familio della vecchia strega, Brown Jenkin, un mostruoso ibrido con il corpo da topo e la faccia e le mani umane che nel finale del racconto divora il cuore del protagonista. Invece il film, seppur piacevole nell’alternare momenti più leggeri ad altri più macabri, si allontana irrimediabilmente dalla visione lovecraftiana con scene ridicole e presenze fuori luogo: così nelle scene di incubo la Steele viene affiancata da un boia mascherato in slip! Anche il finale è inadeguato, dove assistiamo al solito incendio finale che vede accorrere persino i pompieri, cosa mai vista prima in una pellicola horror!

 

Black Horror

Black Horror

Un Lovecraft minore (in collaborazione con il suo seguace August Derleth) ispira anche il film La porta sbarrata (The shuttered room – 1967), tratto dal racconto omonimo. Ambientato nella campagna rurale inglese, troviamo i consueti abitanti del villaggio strani e ostili e una casa maledetta con una stanza chiusa che cela un segreto… L’ambientazione tipicamente lovecraftiana non è sufficiente ad innalzare il film al di sopra della mediocrità per via di un ritmo troppo blando e per la scarsità di vere scene horror. Anche la rivelazione finale sulla stanza dalla porta sbarrata viene considerata piuttosto debole. In compenso buona la prova del cast tra cui spicca un sociopatico Oliver Reed. Simile nella trama, ma diretto con maggiore ispirazione è The Beast in the Cellar film inglese del 1970 prodotto dalla Tigon. Anche in questo caso in una sperduta zona rurale due sorelle hanno tenuto rinchiuso in cantina il fratello per trent’anni, mentre una serie di efferati delitti hanno cominciato ad insanguinare le campagne circostanti… Stando al soggetto anche questo film pare ispirarsi ad una delle collaborazioni postume di Lovecraft con August Derleth, anche se il regista James Kelly ha privilegiato l’approfondimento psicologico sui personaggi delle due sorelle.

Salvo qualche eccezione, nel corso degli anni ’60 la trasposizione sul grande schermo delle opere del ‘Solitario di Providence’ non ha dato risultati esaltanti o comunque ha trovato spesso realizzatori poco ispirati o poco interessati ad avvicinarsi al mondo dell’autore. Curiosamente è stata la televisione, nei primi anni ’70, a portare le storie di Lovecraft nelle case americane, per mano di Rod Serling (già autore della serie cult Ai Confini della Realtà) con la serie tv Mistero in galleria di genere fantastico e horror, trasmessa per 3 stagioni dalla NBC, dal 1970 al 1973. In particolare due episodi sono risultati un adattamento abbastanza rispettoso e vicino al modello originale: Il Modello di Pickman e Aria Fredda, trasmessi nel corso della seconda stagione. Il primo ebbe una nomination al prestigioso Premio Emmy Award per i risultati ottenuti in materia di trucco. Per tutte le tre stagioni comunque non sono mancati anche in altre puntate numerosi rimandi e riferimenti a Lovecraft, al suo famoso pseudo-libro Necronomicon e a diversi scrittori suoi contemporanei come August Derleth o Robert Howard.
Tornando al cinema bisogna aspettare gli anni’ 80 per vedere altre pellicole ispirate a Lovecraft, contaminate però con gli elementi caratteristici del ‘nuovo’ horror che stava prendendo piede in quegli anni.


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